DONNA NELL'ANTICA ROMA

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la pollivendola(i mestieri delle donne nell'antica Roma)


Soltanto l'uomo godeva dei diritti politici. La donna ne era del tutto esclusa; anche per esercitare i diritti civili (sposarsi, ereditare, fare testamento) aveva bisogno del consenso di un tutore, di un uomo che esercitasse su di lei la tutela: questi erano il padre, poi il marito e, all'eventuale morte del marito, il parente maschio più prossimo.
Da una legge che figura nelle XII Tavole si può ricavare la posizione giuridica della donna nell'antica Roma. E cioè: "(E' stabilito che), sebbene siano di età adulta, le donne devono essere sotto tutela, eccettuate le vergini Vestali"La donna romana era costantemente sotto tutela.
Le limitazioni alla capacità giuridica della donna romana vengono spiegate dai giuristi latini con pretese qualità negative come(ignoranza della legge,inferiorità naturale, debolezza sessuale,leggerezza d'animo) ecc. La rive ndicazione di questa radicale diversità tra uomo e donna rifletteva una netta contrapposizione già esistente tra uomo e uomo, tipica delle società antagonistiche.
Al pari degli impotenti o degli eunuchi, la donna romana, nel periodo arcaico, non poteva adottare; non poteva neppure rappresentare interessi altrui, né in giudizio, né in contrattazioni private; non poteva fare testamento o testimoniare, né garantire per debiti di terzi, né fare operazioni finanziarie; non poteva neppure essere tutrice dei suoi figli minori.
Le veniva preclusa la facoltà d'intervenire nella sfera giuridica di terzi semplicemente perché non aveva mai ufficialmente gestito alcun tipo di potere su altri.
Sotto questo aspetto la società maschilista romana non faceva molta differenza tra donne ignobili e donne rispettabili. Le differenze erano di carattere etico-sociale, non certo politico.
Tra le prime, spesso indicate come non romane, sono coloro che provengono dal mondo del teatro, del circo, della prostituzione. Queste donne appartengono ad uno status sociale inferiore, riconoscibile ad esempio nel fatto che era loro consentito di non coprirsi il capo o nel divieto di portare la stola, quel manto che è considerato proprio della rispettabile matrona. Queste donne di rango inferiore, come pure quella ufficialmente dichiarate adultere, vengono private a scopo punitivo del diritto di contrarre un legittimo matrimonio e della facoltà di trasmettere pieni diritti civili.
A differenza delle donne egiziane le romane non avevano diritto al nome proprio. Nel caso avesse un nome proprio, questo non doveva essere conosciuto se non dai più stretti familiari e non doveva mai essere pronunciato in pubblico.
Alla nascita infatti venivano assegnati tre nomi al maschio e uno solo alla femmina, quello della gens a cui apparteneva, usato al femminile. La donna veniva considerata non come individuo, ma come parte di un nucleo familiare. Se le figlie erano più di una, accanto al nome della gens portavano il nome generico di Prima, Secunda, ecc.
I liberti, maschi o femmine, assumevano il nome del patrono. A volte, ma solo per i maschi, si aggiungeva un soprannome per meriti civili o militari.
D'altra parte avere un nome proprio contava relativamente: nella Roma repubblicana venivano censite solo le donne che, in quanto ereditiere, avevano l'obbligo di contribuire a mantenere l'esercito.


La donna nell’antica Roma non aveva diritti: la divisione dei sessi nel diritto romano era una vera e propria norma giuridica. La madre non era una figura istituita né determinata dal diritto.Le donne dovevano accudire i figli e mantenere la casa.
Il __matrimonio__ romano era un accordo stipulato tra due famiglie:non esisteva nessun documento scritto, ma c'era solo la presenza di testimoni al momento dell'accordo.
La moglie, quando si sposava,chiedeva al marito “vuoi essere il mio paterfamilias?” e con questa domanda essa indicava che l’uomo sarebbe diventato,giuridicamente, un “padre”, un padrone di casa, al potere del quale lei e i figli si sarebbero sottomessi.
La donna aveva mancanza di dominio, ma era anche privata dell’esercizio di tutela sui figli minorenni.

I mestieri femminili
Tuttavia, per l’amministrazione dei propri affari, le donne non erano considerate proprio delle incapaci:la maggior parte di loro,infatti, dal momento in cui usciva dal dominio paterno, amministrava da sé il proprio patrimonio, ad eccezione della dote, affidata all’amministrazione del coniuge. Esse potevano disporre della loro fortuna con il testamento, senza passare attraverso l’autorità di un garante. Alcuni atti pratici ci mostrano che le donne dell’Impero romano erano perfettamente consapevoli del loro potere di amministrare i propri beni e della loro capacità di concludere atti giuridici, soprattutto quando godevano del “diritto dei tre figli”, per cui erano dispensati dal chiedere al magistrato la designazione di un tutore dativo nelle operazioni in cui l’autorità era necessaria.
Questa capacità giuridica ampiamente estesa spiega le attività artigianali e commerciali nelle quali sembrano essere state impegnate numerose donne dell’Impero romano. C’erano dei mestieri prettamente femminili, come la nutrice, la levatrice, l’attrice, la massaggiatrice, la sarta, la lavandaia, ma alcune donne erano anche albergatrici, proprietarie di taverne, legate anche all’ambiente della prostituzione. Dai documenti ritrovati si conoscono donne commercianti e anche proprietarie di navi.

La donna nel periodo imperiale
La donna comincia ad essere soggetto più attivo nella società romana,anche se sempre esclusa dai diritti civili, durante il primo periodo imperiale, ossia il periodo Giulio- Claudio, nel momento in cui espansionismo e boom economico raggiunsero l’apice.
Nell’ambito economico, in particolare, vi era sempre una più massiccia attività della donna, in seguito ad alcune trasformazioni del matrimonio e della famiglia stessa. Il matrimonio,infatti, con il passare del tempo, divenne da passaggio di proprietà della donna, ad un rapporto regolato dall’affectio maritalis,nell’intenzione,quindi, di essere marito e moglie, e poteva annullarsi quando veniva meno questa intenzione. Da qui derivò il diritto di divorzio, con il quale la donna vedeva riconosciuti gli stessi diritti dell’uomo.
Inoltre, la dote, che diventava un bene del marito nel periodo augusteo venne sottoposto al controllo della donna, attraverso la lex Iulia de fundo dotali, che vietava al marito di alienare i fondi dotali situati in territorio italico. Alla donna veniva anche riconosciuto il diritto di recuperare la dote in caso di divorzio e, inoltre, essa stessa poteva scegliersi il tutore di suo gradimento.
Tutto questo portò ad un cambiamento dell’antica idea della donna inferiore e subalterna: la donna è impegnata e rivendica una libertà maggiore, non rifiutandosi di dedicarsi ad attività economiche. A questo proposito abbiamo delle testimonianze di donne che si diedero a varie attività: parrucchiera, portinaia, filatrice, sarta, accompagnatrice, ostetrica,custode del tempio!




Abbiamo poche notizie delle classi poco abbienti, si sa solo che vigeva la libera unione tramite conferma di testimoni, invece molte sono quelle riguardo la vita della donna patrizia; ne diamo uno schema.

La nascita. Col Cristianesimo non muta il modo di fare selettivo dei Romani. Difatti il bimbo/a poteva essere ripudiato dal padre ed essere "esposto" in pubblico. Questo accadeva spesso alle femmine, poichè erano quasi di peso, dato che a Roma l’eredità era divisa tra i figli , e le figlie erano un ulteriore impoverimento delle parti. I bambini venivano esposti in piazza o fuori dall’uscio e chi voleva poteva adottarli, ma con la stessa indifferenza potevano annegarli. Dice Seneca: "Bisogna separare ciò che è valido da quello che non serve a nulla."

Istruzione. Se superava questo primo esame la ragazzina veniva affidata ad un pedagogo o nutritor ed una nutrice che spesso erano amati più dei genitori. Spesso il nutritor e la nutrice erano agli ordini della nonna paterna che decideva gli svaghi ed i doveri del nipote. Questo succedeva tra i patrizi fino al tardo impero, poi non si vide più la necessità di istruire le donne, queste dovevano solamente saper leggere la Bibbia essendo "la coscienza" del marito, consigliandolo insieme al parroco della famiglia sulle decisioni di tipo etico.

Il matrimonio. Durante la Repubblica ed il primo Impero esistevano tre diverse forme di matrimonio che ponevano la donna sotto la potestà del marito: la confaerratio, ossia l’offerta solenne da parte degli sposi di una torta di farro a Giove Capitolino alla presenza del Pontefice Massimo; la coemptio, rito che vedeva il padre "vendere" la figlia al futuro marito; l’usus, che poteva, dopo la coabitazione di un anno, unire due persone. Col Cristianesimo invece il matrimonio si trasformò in un legame tra due persone sotto giuramento alla presenza di testimoni, molto simile a quello attuale: gli sposi si scambiavano due anelli, e li mettevano all’anulare, poichè secondo la tradizione greca l’anulare ed il cuore sarebbero uniti da un nervo. Così il matrimonio divenne un’unione indissolubile, a differenza del matrimonio romano facilmente scioglibile.

La vita matrimoniale. Sotto la tarda Repubblica le mogli degli uomini pubblici erano state trattate come esseri marginali, che dirigevano la casa, davano ordini ai servi, che poco o nulla contribuivano al carattere pubblico dei mariti. Venivano trattate come "tenere creature", ma in sostanza potevano fare quel che volevano fintanto che questo non venisse ad interferire con la vita pubblica dei mariti. Il divorzio era rapido; l’adulterio, anche se talvolta poteva scatenare una terribile vendetta contro la moglie ed il suo amante, non influiva in alcun modo sulla posizione pubblica del marito. Nell’età degli Antonini crollò questo senso di indifferenza. Un interessante esempio di ciò è che prima sulle monete la concordia era simboleggiata da due uomini che si stringevano la mano destra, poi apparve una donna: la prima ad apparirvi fu Faustina minore, moglie di Marco Aurelio. Questa intromissione nella vita privata trovò il suo culmine nel Cristianesimo, dove qualsiasi infrazione della vita coniugale era fonte di vergogna e di scherno. Difatti l’adulterio divenne un reato punibile con la morte.

La vita in famiglia. La matrona romana spesso era la curatrice suprema della casa e di frequente aveva le chiavi della cassaforte. Dava gli ordini agli schiavi e le direttive alle domestiche, era un disonore non essere degne di saper amministrare la domus. Un giorno la cognata di Cicerone fece una scenata: si sentiva estranea poichè avevano incaricato una domestica di preparare la colazione. Questo d’altronde era l’unico modo per ammazzare il tempo per le matrone. Dobbiamo pensare che la matrona non faceva nulla senza un qualche schiavo, nemmeno allacciarsi le scarpe! Non erano mai sole, nemmeno nella camera coniugale. Questo era d’altra parte una garanzia che la matrona non tradisse il marito. Queste persone erano così abituate agli schiavi che non si accorgevano della loro presenza: Orazio dice: " Ho l’abitudine di passeggiare da solo"; cinque versi dopo veniamo a sapere che lo accompagna uno dei suoi tre schiavi. Così le matrone per conservare il decoro venivano sempre accompagnate dalle ancelle o comites e da un custos. Vivevano in una specie di prigione ambulante.

Ma non era così terribile la vita delle donne a Roma, loro godevano della parità cogli uomini quanto a diritto successorio. Avevano la propria dote e spesso, essendo più ricche o nobili del marito, ne rifiutavano l’autorità. Comunque l’adulterio non era un divieto così netto, non era uno scandalo così grave se la matrona aveva una relazione con il custos o il marito con un’ancella, in quanto, ricordiamocelo, spesso questi erano matrimoni di interesse. Anzi, non si cercava di nascondere al pubblico lo scandalo, lo si proclamava e si prendeva come offesa della moglie al marito. Difatti il matrimonio era un dovere del cives romano e l’adulterio era un’affermazione dell’impossibilità del marito di compiere questo dovere. Gli stoici dicevano: " Sposarsi è un dovere del cittadino" e, "Se si vuole esser un uomo dabbene bisogna fare all’amore solo per procreare dei figli, lo stato matrimoniale non serve ai piaceri venerei". La seconda morale sarà ripresa dal Cristianesimo in quanto la nuova morale vedeva nell’amplesso un peccato carnale.



ALCUNE DONNE ROMANE Più CELEBRI:

Poppea Sabina fu la seconda moglie dell'imperatore romano Nerone.
Ambiziosa e senza scrupoli, Poppea fu inizialmente l'amante favorita di Nerone. Anche come amante era odiata e temuta da molti a Roma. Si dice che Agrippina, la madre di Nerone, vide il pericolo e cercò di persuadere il figlio a liberarsi di lei. Questa disputa su Poppea fu uno dei motivi per cui infine Nerone uccise la madre. Con Agrippina fuori scena, l'influenza di Poppea sull'imperatore divenne tale che le sue pressioni indussero Nerone a divorziare (e poi a far giustiziare) dalla prima moglie Claudia Ottavia, allo scopo di sposare Poppea, nel 62. La nuova imperatrice fece uccidere o esiliare molti altri sfortunati che cercarono di sfidarne il potere. L'ex tutore di Nerone, Seneca, fu una delle sue vittime.
Poppea diede a Nerone una figlia, Claudia Augusta, che morì quando aveva solo quattro mesi.
Secondo Svetonio, Poppea si era recata da poco nella sua lussuosa villa ad Oplontis, dove rimase uccisa nella terribile eruzione del vesuvio del 79 d.C. che distrusse totalmente Pompei,Ercolano,Stabia e Oplontis. Oplontis fu totalmente distrutta e sepolta dal vesuvio, si dice che l'imperetrice rimase sola all'interno della sua enorme villa, dopo che nessun servo era rimasto ai suoi ordini, sola e abbandonata al suo destino, Poppea mori cosi tragicamente sotta la furia del vesuvio, all'interno della villa in Oplontis non è ancora stato trovato alcun resto umano, ma a testimoniare che l'imperatrice non era riuscita a fuggire ci sono i resti della carrozza imperiale ancora all'interno della villa.
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Poppea Sabina
-Agrippina
Madre del notissimo imperatore Nerone. Argutamente sposò in terze nozze l’imperatore Claudio, tra l’altro suo zio, riuscendo dopo aver avvelenato il consorte, a far salire alla massima carica il proprio figlio Nerone, al quale si attribuiranno poi responsabilità gravissime, come quelle dovute all’incendio di Roma, alla persecuzione dei cristiani, al carattere d’immaginario artista che si prodigava a suonare cetra e a cantare poesia davanti a una folla martoriata dal suo istrionismo.
Agrippina venne poi fatta uccidere da Nerone stanco dei suoi intrighi.
Di carattere ambizioso, una volta presa la tutela del giovane figlio si collocò come Principe-donna a capo dell’impero e la sua figura domina per le peculiarità di finezza politica e lungimiranza. La mentalità patriarcale era però ancora troppo solida per quei tempi e il figlio giunse a odiarla, quando lei propose il figliastro Britannico, fino a mettere fine alla sua vita per mezzo di un sicario, consigliato dall’amante Poppea.
Agrippina era stata l’unica a riuscire a opporsi in qualche modo alla tirannia di Nerone e per questo assunse tanta rilevanza negli annali.
Il senato la elesse AUGUSTA, il che significava per lei il titolo di Imperatrice.
La si descrive come donna d’incomparabile bellezza, il cui volto compare anche su storiche monete.
Con il continuo tarlo che la madre stesse architettando contro di lui, Nerone la fece invitare a Baia per celebrare un’importante festa religiosa. Quando sul far della notte Agrippina s’imbarcò per tornare ad Anzio, la nave venne fatta naufragare. La donna si salvò a nuoto ma Nerone, Seneca e Bruto la fecero giustiziare ponendo come scusa l’accusa che la mamma volesse uccidere il figlio. Nerone fece così dare feste e offrì lauti banchetti per celebrare la morte della madre, tra triclini imbanditi di frutta e libagioni.

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Agrippina (madre di Nerone)
-Giulia Maggiore
Era la figlia di Augusto che divorziò da sua madre subito dopo la sua nascita.Augusto la utilizzo come una pendina dei suoi giochi politici, dandola in sposa a figure importanti della vita pubblica romana.Il tradimento e lo scandalo della Giulia lo obbligò a mandare la figlia in esilio!Lei si sposò per 3 volte.Il suo primo marito era Marco Marcello che in quel periodo era impegnato nelle guerre cantabriche e poco dopo morì improvvisamente da una malattia.Il loro matrimoni era forzato da Augusto che dopo la morte di Marcello costrinse la figlia a sposare Agrippa per la sua carriera.Lui aveva 25 anni più di lei.Durante il loro matrimonio al nome della Giulia vennero legati numerosi adulteri,il primo dei quali con Sempronio Gracco,con il quale pare abbia avuto una relazione duratura e poì anche con il fratellastro.Agrippa a 51 anni morì proprio mentre la Giulia era incinta.Il suo terzo matrimonio forzato da padre era con Tiberio allo scopo di legittimare la successione del figliastro.Ma il loro matrimonio non ebbe un corso positivo.Il figlio che ebbero morì durante l'infanzia e poì i due divorziarono.Augusto a causa dello scandalo decise di mandare la figlia in esilio sul isola di Pandataria dove venne accompagnata dalla madre Scribonia.Le condizioni di vita erano disagevoli e non erano ammessi gli uomini,mentre eventuali visitatori dovevano essere prima autorizzati da Augusto,inoltre aveva il divieto di bere il vino.Quando Tiberio divenne l'imperatore tolse a Giulia le rendite ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana.Giulia morì poco dopo.La sua morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione,se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio.E' possibile anche che si sia lasciata morire dopo aver saputo dell'assassinio del suo ultimo figlio,Agrippa Postumo.

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Giulia Maggiore
Le donne hanno governato Roma?
Le fonti storiografiche dell'età imperiale ci presentano le donne degli imperatori come corrotte, ambiziose solo di potere e per questo disposte a tutto.La figlia di Augusto,Giulia,o le mogli di Claudio,Messalina e Agrippina, sembra non avessero altro scopo che la conquista del potere. A fianco della sposa dominatrice,la storiografia romana costruita l'immagine della donna immorale e licenziosa. Alcuni storici più moderni hanno attribuito questo comportamento a una sorta di emancipazione femminile che portò una diminuzione del potere maschile.Ma è proprio vero? Queste supposizioni non vengono confermate dai fatti storici e oggi è meglio pensare che la storiografia dell'età imperiale intendesse screditare le donne dei potenti proprio per criticare gli imperatori e l'impero.L'immoralità di Giulia o la dissolutezza di Messalina erano un modo per rappresentare la degenerazione dei costumi,ma nessuna fonte diretta ci permette di dire con certezza che fossero una minaccia per il potere.Erano piuttosto gli uomini del potere che sfruttarono i loro scandali per sbarazzarsi di donne indesiderate.E' difficile, pertanto, sostenere che gli scandali delle “donne dei Cesari” siano la prova di un'azione autonoma per impadronirsi del potere e ancor meno ebbene parlare di emancipazione delle donne romane in generale.
Nella storia dell'impero romano nessuna donna ha avuto l'autorità sull'esercito, sull'amministrazione, sulla legislazione o sulla religione; mai alcuna donna ha occupato posizioni riconosciute come politiche a Roma.I Romani non potevano pensare l'imperatore al femminile: il latino non ha una parola per designare l'imperatrice.Il potere politico delle donne romane é soprattutto un fantasma maschile degli storici uomini.




sitografia: www.homolaicus .com
www.pbmstoria.it/leggere1354
http://it.wikipedia.org.wiki/Poppea#bibliografia
www.italiadonna.it
http:/.7.answers.yahoo.com
www.attimo_fuggente.com
Giulia_http:/it.wikipedia.org/wiki/Giulia_maggiore_(figlia_di_Augusto)#biografia
http://www.google.it/#hl=it&biw
http://www.google.it/ingres?ingure
biografia:Dossier clio di Mario Palazzo-Margherita Borghese
Editrice la scuola D Roma:l'impero pag 27,28

Nevena ed Elvisa, 2 BL, ITAS D'Annunzio - Gorizia
a.s. 2010/2011







LE CASE ROMANE
Nell'antica Roma, si affermano principalmente tre tipi di case, la domus, l’insula & la villa.



DOMVS, LA CASA SIGNORILE
La domus era la tipica casa signorile di città. Essa era strutturata generalmente su un piano e si estendeva in largo occupando talvolta un intero quartiere.
L'entrata si trovava generalmente su uno dei due lati più corti. Dall’entrata (fauces) si passava all’atrium, che era di forma quadrata al centro del quale c'era l'impluvium, una vasca per la raccolta dell'acqua piovana proveniente dall'apertura apposita nel tetto (cumpluvium). Attorno all'atrio c'erano alcune stanze adibite a vario uso, come la cucina (culina) ove su un apposito bancone si preparavano le pietanze, cucinando in appositi piccoli forni o sopra a dei bracieri.
Accanto all'atrio era sempre presente il lararium dove si tenevano le statue dei larii protettori della casa, della famiglia e di altre divinità. In fondo all'atrio solitamente si trovava il tablinum, ossia una stanza nella quale si ricevevano gli ospiti, la quale era affacciata con un lato sul peristilium cioè un giardino circondato da un colonnato sotto il qual c'erano le porte che davano alle camere da letto (cubicula), ed al triclinium ossia la sala da pranzo. In quest'ultima erano presenti dei letti sui quali si mangiava distesi prendendo il cibo che era posato nei piatti su un tavolo centrale.
Talvolta alcune domus avevano anche piccole fontane o statue al centro del giardino, e possedevano un altro peristilium adibito a piccolo orto/giardino attorno al quale si sviluppavano stanze private. Da notare è che tutte le finestre erano rivolte verso l'interno della casa. La domus possedeva inoltre una seconda uscita di servizio detta posticum sul retro per permettere il passaggio della servitù e dei rifornimenti senza ingombrare l'ingresso principale.



Stanze della domus
La domus era composta da molte stanze con funzioni diverse:
L’ingresso bipartito in vestibulum e fauces: da cui si accedeva all'atrium che era la stanza centrale subito dopo l'ingresso, da cui si poteva accedere agli altri ambienti che vi si affacciavano, le stanze da letto dette cubicula, la sala dei banchetti detta oecus tricliniare o triclinium dove gli ospiti potevano mangiare sdraiati sui letti tricliniari. Altri ambienti laterali erano detti alea: il tablinum che era lo studio del capofamiglia, il lararium, stanza con funzioni religiose per il culto dei Lari, Mani e Penati.
Le stanze che si affacciavano direttamente sulla strada erano solitamente affittate a terzi per essere adibite a negozi o botteghe artigiane ed erano denominate tabernae.
Nel retro della casa all'aperto c'erano l'hortus, il giardino/orto domestico.
Le domus più prestigiose erano ancora più ampie ed erano composte di due parti principali, la prima che gravita attorno all'atrio, la seconda attorno al peristylium, un grande giardino porticato su cui si affacciano altre stanze, ornato solitamente da alberi da frutto, giochi d'acqua e piccole piscine. Avevano il balneum, il bagno, che era l'esatta copia delle terme (c'erano all'interno di esso, infatti, l’apodyterium, lo spogliatoio, il calidarium, la piscina dell'acqua calda, il tepidarium, piscina dell'acqua tiepida, per arrivare al frigidarium che aveva l'acqua fredda). In alcune ville delle persone più benestanti c'erano anche la bibliotheca, la diaeta, un padiglione per intrattenere gli ospiti ed il solarium, una terrazza che poteva anche essere coperta.
Le domus romane erano dotate di finestre molto piccole per evitare che dall'esterno potessero entrare rumori o, peggio, ladri. Per questo motivo l'illuminazione delle varie stanze era fornita dalla luce solare che entrava dal soffitto aperto (compluvium) dell'atrio e illuminava di riflesso le stanze ad esso adiacenti. Dal compluvium entrava, oltre che la luce anche l'acqua piovana che veniva raccolta in una vasca o cisterna quadrangolare al centro dell'atrio detta impluvium.

Arredamento domestico
Le stanze potevano essere pavimentate con tecniche speciali di diverso pregio: cocciopesto, piastrelle di terracotta, mosaici e preziosissimi pavimenti in marmo detti sectilia.
Le pareti e a volte anche il soffitto erano decorate con affreschi.
I cubicula erano forniti di semplici letti in legno.
Nell' oecus tricliniare erano presenti tre letti tricliniari utilizzati per mangiare durante i banchetti, rimanendo sdraiati si poteva prelevare il cibo dal tavolo centrale.
La domus, sebbene fosse la casa dei ricchi, non aveva una grande quantità di mobilio, infatti, esso era ridotto all'essenziale, e lo splendore della casa quindi si notava principalmente dalla qualità di marmi, statue, e affreschi parietali. Da ricordare comunque sono le sedie, delle quali conosciamo molti tipi, come la sella o seggiola senza schienale, la sedia con schienale e braccioli (cathedra), la sedia con un sedile lungo (longa), ed il triclinium, o lettino per mangiare distesi. Tra il mobilio troviamo soprattutto gli armadi (armarium), ed i letti (cubicula).

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La pittura parietale
Del mondo romano conosciamo soprattutto la pittura parietale, rivelata da tempo dalla spettacolare scoperta delle città sepolte sotto la lava del Vesuvio (i Borbone nel 1738 avviarono le indagini sotterranee nel luogo dove sorgeva l’antica Pompei) e ora conosciuta nel dettaglio grazie alle continue ricerche degli archeologi.
Le grandi domus romane cominciarono ad essere affrescate verso la fine del II secolo a.C. - inizi del I, con pitture che imitavano i rivestimenti in preziosi marmi policromi, le architetture monumentali e le prospettive scenografiche. Nel corso del tempo i gusti si modificarono e le pitture, di conseguenza, si trasformarono nello stile, nei motivi decorativi, nelle scelte cromatiche.
Sulla base degli esempi pompeiani, August Mau ha distinto quattro stili principali nella pittura romana anteriore all’eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C., i cosiddetti stili pompeiani: il primo, lo stile ad incrostazione; il secondo, lo stile architettonico; il terzo, lo stile ornamentale; il quarto, lo stile fantastico. La tecnica pittorica impiegata, descritta da Vitruvio e da Plinio il Vecchio, fu quella ad affresco: i colori cioè venivano stesi su uno strato di intonaco umido, nel quale asciugandosi si fissavano in modo permanente. Si trattava di colori forti, brillanti che avevano origine minerale, vegetale e animale: gialli, rossi, verdi, blu, neri, che davano un’immagine di vivacità e colore lontana da quella che si è abituati a pensare per il mondo romano, legata al bianco dei marmi.


VILLAE
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La villa in età romana era essenzialmente una casa di campagna. Sviluppatasi in Italia in particolare a partire dall'età tardo-repubblicana, sorgeva come residenza padronale al centro di un complesso di edifici e di terreni destinati alla produzione agricola oppure come luogo per il riposo (otium) dalle attività e dagli affari (negotium) praticati in città.
La villa rustica in origine era sostanzialmente il nucleo di un'azienda agraria a conduzione familiare, dove veniva prodotto ciò che era necessario al sostentamento. Col passare degli anni e l'accrescersi della potenza di Roma, che a ogni conquista trasferiva in Italia centinaia di migliaia di schiavi da sfruttare nei più svariati lavori, le ville si fecero sempre più grandi e sontuose (200-250 ettari sembra comunque la misura media) e la produzione agricola diventò un'attività il cui scopo non era più semplicemente quello di sfamare il padrone, ma anche e soprattutto di vendere i prodotti in eccesso anche su mercati lontani.
In particolare, la villa come azienda agricola fu una forma presente soprattutto in Italia centrale, dalla Campania all'Etruria (celebre la Villa Settefinestre ad Ansedonia, in Toscana vicino a Orbetello(GR)) ed è stata considerata da alcuni studiosi come la forma produttiva più originale, efficiente e razionale che l'economia romana abbia prodotto, la più vicina a sfiorare un modo di produzione propriamente capitalistico.
Le produzioni erano differenti: piantagioni (soprattutto ulivi e vite), altre coltivazioni intensive, orti, pascoli, impianti di trasformazione, depositi, mezzi di trasporto. Si trattava, insomma, di una vera fabbrica rurale organizzata.
Il lavoro era affidato a una massa di schiavi organizzati con disciplina militare, inquadrati da sorveglianti, schiavi anch'essi, sotto la direzione di un vicario del padrone, il villicus.
Un’organizzazione così complessa necessitava di solide competenze, che i romani non esitarono a tradurre in famosi testi di agronomia, come: il De agri cultura di Marco Porcio Catone, il De re rustica di Marco Terenzio Varrone e i libri di Columella.


L'INSVLA, LA CASA POPOLARE


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L'insula è il tipico esempio di casa popolare. Questi edifici nascono nell'Urbe con la necessità di costruire tanto in poco spazio, visti gli alti costi delle terre. Le insulae sfruttavano, come gli attuali condomini, lo spazio in altezza raggiungendo anche i sei piani, permettendo quindi di ospitare molte famiglie. Al piano terra si trovavano in appositi spazi i negozi chiamati in generale tabernae: come i "bar" (termopolia), venditori di mercanzia... Dal piano superiore in poi erano ubicati gli appartamenti, di varie dimensioni spesso subaffittati. L'insula, al centro solitamente aveva un cortile con del verde e una fontana che riforniva gli inquilini. Generalmente al contrario di oggi le persone più ricche abitavano ai primi piani, Il primo piano, solitamente, ospitava le abitazioni di maggior pregio, spesso servite da una balconata lignea o in muratura su mensole, che percorreva l'intero affaccio stradale. Il prospetto a mattoni, in genere, non veniva intonacato, ma l'effetto policromo poteva comunque essere determinato dall'uso di laterizi di colori e tonalità diverse per i vari elementi architettonici. I solai e le coperture erano spesso sostenute da volte, che garantivano maggiore stabilità. Mancavano i servizi igienici, essendo notoriamente usate a tale scopo le latrine pubbliche e le terme. Mentre le stanze quelle abbienti si trovavano ai piani più alti. Difatti ai piani superiori mancava un accesso diretto all'acqua, erano più scomodi per via dell'altezza, e anche più lontani dalle uscite in caso di incendi, cosa frequente dato che le fiamme erano usate libere. Da ricordare anche che l'edilizia privata talvolta era in mano a degli speculatori, che risparmiavano sui materiali di costruzione tanto che alle volte si verificavano dei crolli.

Arredamento dell’insula
Il mobilio tipico della casa plebea è semplice quanto quello della domus, troviamo principalmente: le cassepanche (capsa) usate per conservare sia vestiti che oggetti, dei piccoli letti (cubicula) spesso incassati nei muri, qualche sgabello (scabellum) per sedersi, e un tavolo, e talvolta degli armadi.






Sitologia: Libri:
//www.imperium-romanum.it// Clio Dossier D – Mario Palazzo, Margherita Bergese
//www.treccani.it//
www.civitasclaterna.org
www.supersapiens.it
www.latinistes.ch
www.liceoberchet.it
www.terranews.it
//www.trafioriepiante.it//
www.wikipedia.com

Chiara ed Eleonora, cl. 2 BL. ITAS D'Annunzio - Gorizia
anno scolstico 2010/2011









GIOCHI E DIVERTIMENTI NELL’ANTICA ROMA


LE TERME

Già nell'antica Grecia il bagno assunse un carattere sociale. (immagine 1 e 2) Il ginnasio greco era composto da una palestra, da un bagno e da un'esedra dove i filosofi dissertavano con i loro discepoli. Dopo intensi esercizi fisici nella palestra i giovani facevano un'abluzione di acqua calda, raggiunta una piena distensione dopo la fatica fisica, passavano nella esedra per ricevere l'educazione dello spirito.
Le terme romane trassero la loro origine dalla fusione del ginnasio greco con il bagno a vapore egizio.

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Già 200 anni prima che Agrippa, generale e uomo politico, creasse le prime terme nel 25 a.C., il bagni (balneum) erano molto frequentati dai romani; ma fu dopo Agrippa che gli imperatori romani fecero a gara per superare i loro predecessori con Terme sempre più grandiose: in particolare Nerone nel 65 d.C. , Tito nell'81 d.C. , Domiziano nel 95 d.C., Commodo nel 185 d.C., Caracalla nel 217 d.C., Diocleziano nel 302 d.C. e Costantino nel 315 d.C.. Per assicurare la loro popolarità, le tariffe di ingresso alle terme venivano tenute molto basse, se non gratuite. Terme sorsero ovunque nell'impero, dalle sabbie del deserto alle Alpi; alcune Terme erano tanto grandi da poter contenere 6000 persone.
I rituali potevano variare da provincia a provincia a secondo dei costumi locali, tuttavia il concetto generale era il medesimo: si trattava di un centro ricreativo polifunzionale. La maggior parte delle terme includeva centri sportivi, piscine, parchi, librerie, piccoli teatri per ascoltare poesia e musica e una grande sala per le feste, una città nella città. Si trovavano anche ristoranti e locande per dormire o passare alcune ore in "piacevole" compagnia.
Ogni centro termale offriva attrazioni specifiche: un paesaggio particolare, una magnifica libreria, un centro sportivo di alto livello, anche se l'attrazione principale rimanevano sempre i bagni. Durante l'ultimo periodo cristiano dell'impero fu proibito recarsi alle terme la domenica o nelle feste, mentre prima raramente venivano chiuse. Talvolta uomini e donne prendevano i bagni insieme, ma tale usanza variava da periodo a periodo e da zona a zona: a Pompei ad esempio uomini e donne prendevano i bagni separatamente.

Un pomeriggio alle terme
I cittadini romani terminavano il lavoro nelle prime ore del pomeriggio e si recavano alle terme, che aprivano a mezzogiorno, prima del pasto principale.
• Un tipico ciclo iniziava con ginnastica in palestra, o attività sportiva in un campo esterno, dove di svolgevano giochi anche utilizzando piccole palle in cuoio, o gare di lotta.
• Successivamente ci si recava ai bagni attraverso tre stanze, partendo da quella con l'acqua più tiepida fino a quella con l'acqua più calda.
• Si entrava nel tepidarium, la stanza più grande e lussuosa delle terme: qui si rimaneva un'ora e ci si ungeva con oli.
• Poi si andava nel calidarium. Si trattava di stanze più piccole, generalmente costruite sui lati della sala da bagno principale.
• Infine ci si recava nel laconicum , la stanza finale più calda, riscaldata con aria secca ad altissima temperatura.
• Dopo la pulizia del corpo e i massaggi, si faceva una nuotata nella piscina del frigidarium.
Successivamente, ristorati e profumati, ci si recava nella altre aree delle terme dove si poteva leggere o partecipare ad altre attività o assistere ad attrazioni.
Le strutture
Grandi acquedotti, di cui restano notevoli rovine in tutto il mondo romano, alimentavano le terme. Il calore era uniformemente distribuito attraverso muri cavi e pavimenti sovrapposti a vespaio, in cui circolava aria calda.
L'abbandono
In tarda epoca cristiana, forse per l'eccessivo costo di manutenzione, forse per i mutati costumi che tendevano a non accentrare nelle terme gran parte della vita sociale, le terme vennero via via abbandonate. La distruzione degli acquedotti da parte dei barbari ne interruppe poi definitivamente l'uso.








IL TEATRO ROMANO



Il teatro latino è una delle massime espressioni della cultura di Roma antica. Il teatro romano ( immagine 3 e 4) non é, come si è soliti credere, una semplice imitazione della drammaturgia greca; anzi é stato un fenomeno di peso piuttosto elevato nella vita quotidiana. Fino al 55 a.C. non vi furono teatri stabili e neanche luoghi fissi dove erigere quelli temporanei. Fino a questo momento esiste solo la scaena, una "baracca" di legno o muratura davanti alla quale gli attori recitano. Essa rappresentava, nella sua temporaneità, quella dimensione illusoria caratteristica del teatro romano: il pubblico si sedeva tutt'intorno, e in qualche caso su gradinate di legno. Quando poi si giunge alla costruzione di teatri veri e propri, in legno o muratura, essi mantengono le caratteristiche vere e proprie della scaena: gli architetti si pongono come primo obiettivo quello di creare illusioni soprattutto sonore, come vasi di terracotta sotto ai sedili, per mantenere quella "soffusa illusione" tipica del teatro: la natura effimera del teatro si esplica anche nel fatto che i teatri non erano costruiti sfruttando la natura del terreno. Precedentemente al 55a.C. i teatri provvisori erano diventati sempre più lussuosi, e quando Pompeo riesce a costruirne finalmente uno stabile, esso non é veramente inserito nella città ma è edificato all'esterno della cinta sacra, nel campo di Marte: è ormai il periodo dei triunviri e dei principi, non più della repubblica.

Anche il teatro romano, come quello greco, è strettamente connesso con feste religiose; ciò che lo differenzia da quello greco é, invece, un altro elemento. Il teatro greco, sia tragico che comico, è strettamente legato alla vita politica e civile della città. Il teatro latino é, invece, privo di questo intento.

Nella società romana chi sale sul palcoscenico per recitare uno spettacolo è bollato d'infamia. A differenza di quanto avveniva nella Grecia classica, un attore romano è un uomo disonorato agli occhi della morale e della legge. Durante l’impero cambia poi l'atteggiamento di certi romani di fronte alla scena: quasi si compiacciano dell'immagine disonorevole che si creano. Gli unici che rimarranno immuni dall'infamia saranno i musicisti.


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Il pubblico


Gli storici hanno accusato il pubblico romano di aver causato la morte del teatro come genere letterario, anche prima della fine della repubblica. Incolto, rumoroso, volgare, insensibile alla finezza delle commedie di Terenzio, questo pubblico avrebbe disertato i teatri a vantaggio dei circhi. Esso sarebbe stato la causa della sparizione progressiva della commedia e della tragedia. In realtà i ludi scenici rimangono vivi fino alla fine dell'impero, anche se nel corso dei secoli il teatro perde progressivamente di importanza. Non è corretto definire il pubblico romano rozzo e grossolano solo perché non si interessa di letteratura; semplicemente la sua cultura é differente rispetto a quella Ateniese: Atene era una cultura del discorso e del giudizio, Roma una cultura della musica e della percezione immediata.


IL CIRCO

Nell'antica Roma, il circo era il luogo nel quale si disputavano le gare di corsa dei cavalli. ( immagine 5)
Il nome deriva dal latino circus, "cerchio", perché il percorso di gara aveva la forma di un anello.


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La Struttura
Il percorso di gara aveva il fondo in sabbia (in latino arena) ed era costituito da due rettilinei paralleli, separati da una balaustra (chiamata "spina") che correva nel mezzo e raccordati da due strette curve a 180 gradi. All'interno di ciascuna curva, all'estremità della spina, vi era una colonna, chiamata meta, intorno alla quale i corridori dovevano girare. La distanza tra le due mete era tipicamente di uno stadio (circa 200 metri), ma nei circhi più grandi poteva essere maggiore.

La pista aveva quindi complessivamente la forma di un rettangolo molto allungato: uno dei due lati corti era arrotondato, mentre lungo l'altro si allineavano i carceres, ovvero i box dai quali prendevano il via i carri. Su tutto il resto del perimetro erano costruite le gradinate per il pubblico. L'edificio che ospitava i carceres era spesso monumentale, costituito da due torri, unite da una facciata solenne, e dai vari locali di servizio.

I circhi avevano una posizione tipica affiancata al palazzo imperiale, in modo che l'Imperatore e la sua corte potessero recarvisi direttamente, senza uscire per strada.




Svolgimento delle corse


Nell'antica Roma non si svolgevano corse di cavalli montati. Seguendo l'usanza greca (che risaliva a parecchi secoli prima di Cristo, come attesta l'Iliade), i cavalli venivano invece aggiogati a un carro a due ruote guidato da un auriga ("guidatore"). La biga era un carro trainato da due cavalli; la quadriga da quattro. È famosissima la corsa di quadrighe rappresentata nel film Ben-Hur.
La partenza avveniva aprendo cancelli o catene e dando il via libera ai carri che potevano passare dai carceres all'arena.
La corsa si svolgeva di solito su sette giri di pista. Il percorso era sempre in senso antiorario. Naturalmente vinceva il carro che arrivava primo alla fine dei giri prestabiliti. La vincita non corrispondeva solo nella proclamazione e nella gloria che ne derivava, ma anche in un premio tangibile: i migliori aurighi diventavano famosi ma guadagnavano anche grandi somme, come i moderni campioni dello sport.


Circhi famosi
Non erano moltissime le città che avevano un circo, perché la sua costruzione, l'area necessaria (più sopra si diceva che erano in piena città) e soprattutto il mantenimento delle scuderie erano molto costosi. I circhi più celebri sono quelli di Roma (il maggiore è il Circo Massimo- immagine 6- ) e quello (successivo) di Costantinopoli. Quest'ultimo circo fu edificato quando ormai gli edifici stavano perdendo la loro funzione originaria, e divenne il luogo utilizzato (oltre che per i giochi) per l'acclamazione dell'Imperatore, per le assemblee popolari.
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I GIOCHI


Molti giochi erano diffusi sia fra i piccoli che fra i grandi, la diversità stava nel fatto che i grandi, molto spesso, li utilizzavano come giochi d'azzardo. E' il caso del gioco dei dadi ( immagine 7) (che avevano regole simili a quelle nostre), il gioco degli astragali, fatto con ossicini del piede (astragali) di animali come pecore o capre, che erano molto simili ai dadi anche se potevano essere utilizzate meno facce in quanto erano di forma stretta e lunga.
Altri giochi praticati erano: quello del "pari e dispari" con cui un giocatore teneva chiuso nelle mani un determinato numero di sassolini e l'altro doveva indovinare se erano di numero pari o dispari; quello del capita et navia, il nostro testa o croce con cui si doveva indovinare se la moneta cadeva dalla parte della testa o della nave; i giochi con le noci, che erano più giochi di abilità che di fortuna, nei quali venivano fatti dei cumoli formati da tre noci come base e una sopra, si doveva cercare di colpire il cumolo lanciando una quinta noce da una certa distanza (come il nostro gioco del tiro al barattolo), chi colpiva il cumolo vinceva le noci che aveva abbattuto; altra variente era quella lanciare alcune noci e cercare di fare canestro in un vaso dal collo stretto.
I Giochi d'azzardo veri e propri erano per lo più rappresentati da combattimenti fra animali. La legge romana era molto severa con i giochi d'azzardo, infatti, questi erano proibiti, ma con una piccola deroga durante i Saturnalia ( le feste romane di tipo carnevalesco), e i debiti di gioco non erano riconosciuti e se il gicatore debitore aveva già pagato poteva richiedere giudizialmente quanto aveva dato al giocatore creditore ( la nostra legge non prevede la restituzione di quanto spontaneamente pagato dal debitore al gioco). (a sinistra immagine 7)
Altri giochi, come il filotto, erano praticati su rudimentali scacchiere ( spesso incise su pavimenti o sui gradini dei fori cittadini), c'era anche una versione primitiva del nostro gioco della dama e degli scacchi, chiamato ludus latrunculorum, il gioco dei soldati (mercenari), in cui le pedine venivano mosse come se si trattassero di un esercito durante una battaglia.
Infine il gioco della palla ( immagine 8 ), anche questo era praticato da persone di tutte le età. La palla era riempita di vari materiali: piume, stoffa, sabbia, oppure anche gonfiata ad aria.
Sin dalla prima infanzia, per i bambini romani il gioco era considerato un diritto e anche una forma di attività formativa prima dell'inizio dell'avventura scolastica.
I ragazzini delle classi sociali più basse si divertivano con giocattoli costruiti in materiali vari; come il legno, modellato in modo da farlo diventare una barca, un animale, un carrettino; oppure modellando il fango ed essiccandolo; sempre con il fango i bambini costruivano capanne o fortezze militari, proprio come fanno tutt'oggi i loro coetanei costruendo castelli di sabbia sulle nostre spiagge.
I ragazzi delle classi più elevate disponevano invece di veri e propri giocattoli commissionati dai loro genitori a esperti artigiani; come i cerchi (orbis, trochus) da far correre con la bacchetta (clavis), trottole (turbo), carrettini a forma di animale con ruote, bambole (pupae) ecc. Uno dei giocattoli più diffusi era il carrettino, una biga in miniatura , che poteva essere: piccola, che veniva legata ad animali di piccole dimensioni (molto spesso i trascinatori erano dei malcapitati topi che per lo spavento trascinavano il carrettino dando luogo ad una vera e propria corsa di bighe impazzite ) oppure grande, in modo tale che il bambino potesse guidarla lui stesso e di solito era trascinata da una pecora, una capra, un cane e alcune volte da un'altro amico che si prestava a fare le veci del cavallo. Altri giochi, di origine greca, erano: l'altalena, l'aquilone, acchiappino e mosca cieca.


L’ars ludica
I ludi (giochi) romani comprendono: spettacoli, corse di cavalli, combattimenti di animali, esibizioni di atleti. Si dividono in ludi circenses e ludi scaenici; i primi prendono nome dal circus, luogo dove solitamente si svolgevano, mentre gli altri, gli spettacoli teatrali, sono caratterizzati dalla scaena, costruzione temporanea di tavole, davanti alla quale gli attori recitavano.
I ludi sono una festa collettiva di carattere pubblico: possono essere "istituzionalizzati" (i giochi inseriti nel calendario) o indetti da un privato (giochi in onore di un trionfo o per una cerimonia funebre),la differenza tra giochi pubblici e privati è comunque molto labile, in quanto si tratta sempre di eventi che coinvolgono il popolo romano in tutta la sua collettività.
I giochi cominciano con una processione, che parte dal Campidoglio e attraversa tutta la città fino al luogo dello spettacolo: sfilano attori, ballerini, musicisti e artisti, capeggiati da una sorta di imperator (colui che presiederà ai giochi), seguiti da tutti i cittadini divisi per classi di età (questo è un elemento che ci fa capire che i ludi non sono una sorta di Carnevale senza leggi né ordine).
Una caratteristica dei giochi è la licentia, una sorta di impunità temporale che autorizza i Romani a canzonare, durante il percorso, il generale portato in trionfo o il morto portato al rogo. Anche questa licentia ha però un limite: sul palcoscenico è proibito deridere un personaggio vivente (come prescrivevano le leggi delle XII tavole).
I giochi hanno anche connotazioni di rituale religioso (non potevano appunto essere interrotti senza dover essere ricominciati da capo), anche se il circo e il teatro non sono luoghi consacrati.
I ludi circenses si svolgono infatti in un circo o in un anfiteatro, mentre i ludi scaenici si svolgono in teatro, il quale, costruito in legno raramente è stabile: infatti mentre il circo e l' anfiteatro sono vere e proprie strutture integrate nell' aspetto urbanistico della città, invece il teatro è solo un edificio temporaneo, almeno fino all' epoca tardo-repubblicana, quando nel 55a.C. venne costruito il teatro di Pompeo in questo è evidente la differenza con il teatro greco, il quale è costruito in pietra a ridosso di una collina.
Secondo Doupont ( cit. Teatro e Società a Roma II cap), i ludi fanno parte del tempo dedicato all' otium e non hanno nulla a che vedere con occupazioni politico-militari: durante i giochi il cittadino non si identifica più nel suo ruolo politico-sociale.




LE FESTE PRIVATE


Per le feste private ( immagine 9) erano molto richieste le schiave, che suonavano dolci melodie con il flauto e l'arpa. Per il pubblico piu' intellettuale, schiavi addestrati, recitavano brani di poesie in greco o latino.
Il menu della cena consisteva in sette portate e si concludeva con un dessert. Il vino ero diluito e non doveva superare 1/3 del totale della bibita alcolica. Pero' in onore dell'ospite brindavano tante volte, quante lettere aveva il suo nome. Bisogna sottolineare, che un rutto a tavola era considerato un vero complimento all'arte culinaria dei padroni di casa. L'imperatore Claudio e' stato ancora piu' audace, ha fatto una legge che permetteva di far uscire i gas intestinali durante le lunghe cene e cerimonie festive. I rifiuti del pranzo venivano lasciati disinvoltamente cadere a terra ( immagine 10) , secondo quanto riferiva Plinio il Vecchio, per mascherare questa piacevole usanza, un mosaicista greco, tale Soso da Pergamo, inventò un pavimento musivo policromo in cui erano rappresentati, in stile naturalistico, i resti di un pasto. Nasceva così il tema dell'asaroton oikos, il " pavimento non spazzato" successivamente riprodotto in numerosi mosaici. Il pavimento che proviene da una domus di Aquileia ( 1 secolo a. C) ha proprio il soggetto raro e particolare dell'asaraton oikos, una fantastica natura morta. Disseminati per l'intero perimetro, in parte lacunoso, lische di pesce, gusci vuoti, frutta e suppellettili ad accertare l'abbondanza e la magnificenza della mensa del padrone di casa. Questo nascondeva esigenze pratiche: gli avanzi dei cibi, infatti, si mimetizzavano con il tema del pavimento che ne simulava lo stato al termine del banchetto, prima che i servi lo pulissero. Questo bel pavimento non spazzato di Aquileia era destinato a decorare una sala di particolare pregio ed era anche un modo per stupire gli ospiti e per ricordare loro la devozione del padrone di casa verso i defunti: le doverose offerte di cibo ai morti vengono qui immortalate per l'eternità. Un'altra curiosita'. Una parte del pavimento del triclinio era coperta dai vomito, perche' era considerato normale liberare lo stomaco, per poter assaggiare i nuovi cibi. I nani, eunuchi e giullari assistevano gli ospiti, passeggiando fra le tavole, cantando e raccontando barzellette.
Per intrattenere gli ospiti, gli schiavi facevano manicure, pedicure, offrivano bibite, cantando in continuazione le melodie alla moda, e sempre sotto accompagnamento musicale, cantando, apparecchiavano la tavola e portavano le pietanze. Gli ospiti avevano l'illusione, che non solo partecipavano alla cena, ma facevano parte dello spettacolo musicale.


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Sitografia :


Arianna e Monica, 2 BL, ITAS D'Annunzio - Gorizia
anno scolastico 2010/2011








I GLADIATORI

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1 Gladiatori
I gladiatori romani, il cui nome deriva dall'antica spada romana "gladius" di cui i gladiatori erano armati nel tempo più antico, erano per la maggior parte prigionieri di guerra, schiavi o condannati a morte. Erano considerati uomini pericolosi, infatti erano incatenati e non ricevevano le armi fino al momento del combattimento.
Agli spettacoli, tuttavia, partecipavano anche uomini liberi attratti dalle ricompense e dalla gloria, ma chiunque scegliesse di diventare gladiatore automaticamente veniva considerato "infamis" per la legge. Erano soggetti ad una disciplina assai severa e venivano addestrati in scuole speciali, iludi gladiatorii .Fuori dall' arena erano disarmati, tenuti sotto rigida custodia e sorvegliati dai soldati. Erano trattati come delinquenti: al
minimo fallo erano incatenati e bollati con ferro rovente. Solo il cibo non veniva loro risparmiato, poiché dovevano conservare integre le loro forze fisiche.


  • Le rivolte dei Gladiatori
Tra i gladiatori alcuni conquistarono i favori del pubblico e notevole fama così come può avvenire oggi ad un campione sportivo, ma erano tuttavia considerati schiavi e costretti ogni giorno a rischiare la vita. Da questa situazione scaturirono frequenti e violente rivolte, la più importante delle quali, scoppiata nel 73 a.C. ad opera di Spartaco, scatenò una guerra, detta servile, a cui i gladiatori parteciparono assieme agli schiavi.


  • Gli spettacoli gladiatorii

Si suppone che gli spettacoli gladiatorii abbiano origine da lontane cerimonie funebri celebrate con il sacrificio umano per calmare l'ira degli Dei infernali e l'inquietudine dei morti. I lottatori seguivano un duro addestramento nelle scuole fondate da Nerone e da Cesare nelle quali venivano sottoposti a torture ed un ordine imposto con l'uso reiterato delle punizioni corporali con il fuoco e la frusta. La disciplina era dura, con regole ferree e con pene severe in modo da far diventare i gladiatori romani delle vere e proprie macchine da combattimento. Al termine del periodo di addestramento tutti i gladiatori venivano raggruppati in "compagnie" di proprietà esclusiva dell'imperatore.
I combattimenti avvenivano di pomeriggio. Le sfide iniziavano con una parata dove i gladiatori entravano in scena su carri o a piedi seguiti da un gruppo di suonatori; giunti sotto la tribuna dell'imperatore, lo salutavano con le parole "Ave cesare morituri te salutant" ("Ave o Cesare, coloro che si apprestano a morire ti salutano"), poi si dirigevano verso l'organizzatore dei giochi il quale esaminava le armi che erano diverse in base alla categoria del lottatore.I "retiarii", ispirati al Dio Tritone, lottavano seminudi armati di una rete, un tridente ed un pugnale; i "mirmilloni" invece avevano un elmo, uno scudo ed erano armati di una falce, i gladiatori, che facevano parte della categoria dei "sanniti" indossavano un elmo munito di creste una forte armatura ed impugnavano un giavellotto. I duellanti che venivano scelti erano di categoria diversa in modo da rendere più avvincente lo spettacolo; da alcune cronache del tempo infatti sembra addirittura che l'imperatore Nerone, per onorare il re di Armenia, Tiridate, fece combattere un nano contro una donna.
A volte gli attacchi, dopo aver reso le armi inoffensive, erano solamente simulati ma nella maggior parte dei casi i combattimenti erano duri e sanguinosi e si concludevano con la morte di uno dei gladiatori. Se il gladiatore sconfitto rimaneva ferito poteva chiedere la grazia alzando il braccio, allora il pubblico invocava la salvezza o la morte presso l'autorità presente sul palco imperiale, mostrando il pollice rivolto verso il basso, o sventolando un fazzoletto bianco. I gladiatori uccisi, prima di essere portati via, venivano avvicinati da due schiavi travestiti da Caronte e da Ermete Psicopompo: uno ne verificava il decesso toccandoli con un ferro rovente, l'altro, eventualmente, dava loro il colpo finale facendo poi segno ai "libitinarii" di portar via il corpo trascinandolo sull'arena con un uncino.
I vincitori venivano premiati con palme d'oro, denaro e dall'immensa popolarità conseguita soprattutto tra le donne; se il gladiatore vincitore era uno schiavo, dopo dieci vittorie, che venivano segnate su un collare di metallo, gli era resa la libertà; egli allora poteva decidere se continuare a combattere per soldi o intraprendere altre attività come ad esempio l'istruttore nelle scuole per gladiatori.
Un altro gioco molto amato dal pubblico erano le "venationes" dove i gladiatori lottavano contro belve feroci come elefanti, ippopotami, leoni, tori, tigri, pantere, e leopardi. Le cacce potevano consistere anche in una sfida fra uno o più animali contemporaneamente, oppure essere prese a pretesto per le esecuzioni capitali, quando i condannati venivano introdotti nell'arena senza alcuna difesa insieme alle fiere.
Erano molto apprezzate anche le "naumachie", che consistevano in finte battaglie navali, ma essendo molto costose per le spese relative all'armamento delle imbarcazioni, venivano organizzate raramente. Di tanto in tanto scendevano in scena, anche se la legge lo proibiva, le donne ed esponenti delle classi più elevate, ma costoro ovviamente non convivevano con gli altri gladiatori e non combattevano fino alla morte.



  • Il Colosseo
« Quamdiu stabit Colyseus stabit et Roma; cum cadet Colyseus cadet et Roma; cum cadet Roma cadet et mundus. » « Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma;quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo. »
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Il colosseo all' epoca romana



I combattimenti dal principio si svolgevano in prossimità delle tombe dei defunti da commemorare o nelle piazze dei Fori, ma per il numero crescente di spettatori che vi accorrevano fu necessario costruire appositi edifici adatti allo svolgimento degli spettacoli. Gli architetti concepirono perciò delle costruzioni estremamente funzionali allo scopo: gli anfiteatri (theatron = spazio destinato agli spettatori, e amphi = che corre tutto intorno), dapprima in legno poi in muratura. Il più famoso e il più grande di tutti fu l’Anfiteatro Flavio (il Colosseo) a Roma, i cui lavori di edificazione iniziati sotto l’imperatore Vespasiano nel 72 d. C., furono terminati dal figlio Tito nell’80 d. C., che per l’inaugurazione offrì giochi che durarono 100 giorni con notevole impiego di gladiatori e animali (venationes).

3 Il colosseo oggi

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  • Altri anfiteatri


L' Arena di Verona è un anfiteatro romano situato nel centro storico di Verona, icona della città veneta assieme alle figure di Romeo e Giulietta.
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4 Arena di Verona


E' stato costruita nel I secolo, è di forma ellittica e costruita con pietra calcarea. Si considera che l' Arena abbia potuto contenere 20.000 spettatori.


5 Arena di Pola


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Questa arena è situata nella città francese di Nîmes . Venne costruita verso la fine del I secolo per divertire la popolazione della città e dei suoi dintorni con spettacoli tipicamente romani come combattimenti di gladiatori. Ai tempi delle invasioni barbariche fu trasformata in fortezza.


6 Arena di Nîmes


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  • Il Pollice verso:
è un'espressione latina usata nelle lotte fra gladiatori. Si riferisce al gesto della mano usato dalle folle nell'Antica Roma per decidere la sorte di un gladiatore sconfitto. Nella lingua italiana la sola espressione "fare pollice verso" ha successivamente assunto il significato di "avversare", "contrastare".


Pollice verso” (1872) di Jean-Leon Jerome, rappresenta un gladiatore che rivolge il proprio sguardo alle gradinate più basse del Colosseo, in attesa del verdetto degli astanti più illustri: ad esso è legata l' eventuale sopravvivenza del gladiatore da lui sottomesso.




BIBLOGRAFIA :
  • Enciclopedia Italiana [Istituto della enciclopedia italiana fondata da Giovanni Trecciani] 1951
  • Il libro Garzanti della storia 1972
  • Clio Dossier 2010


SITOGRAFIA

Giulia e Marco, 2 BL, ITAS D'Annunzio - Gorizia
anno scolastico 2010/2011


La moda nell'impero romano

L'Impero Romano con la sua grande espansione venne in contatto con gli usi ed i costumi di molte popolazioni, dalle quali importò l'utilizzo di alcuni tessuti per il vestiario quotidiano o riservato ai più ricchi. Vengono così confezionati abiti come la toga, la tunica ed il pallio.

Mentre nel mondo moderno l’abbigliamento della donna si distingue nettamente da quello dell’uomo, in Roma la differenza non consisteva tanto nella foggia del vestire quanto piuttosto nei tessuti impiegati e nella varietà dei colori.


VESTI E ORNAMENTI FEMMINILI:

Le donne usavano la tunica,che era più lunga di quella maschile.Su di essa indossavano la "stola" che era la veste caratteristica della matrona romana.È una sopravveste molto ampia che scende sino ai piedi; è stretta in vita da una cintura (talvolta le cinture sono due, una più alta e l’altra sui fianchi) ed è chiusa sul petto da una fibbia,oppure sulle spalle da bottoni ornati di pietre preziose; le maniche possono essere lunghe o corte.Nella parte inferiore la stola è ornata da una striscia di porpora o da una balza ricamata in oro.
mo1.jpgStola su una matrona romana


Per uscire in pubblico,nei primi secoli dell’età repubblicana le matrone usavano gettare sulla stola un mantello quadrato di dimensioni piuttosto limitate,cui si va sostituendo,con il passar del tempo, la "palla" ossia un grande manto rettangolare che,a differenza della toga maschile,copre entrambe le spalle; può essere lungo fino ai piedi,ma generalmente scende fin sotto le ginocchia.

Anche nell’ambito dei colori vi è una larga possibilità di scelta: abilissimi tintori hanno creato tutta una gamma di sfumature che soddisfano qualsiasi esigenza.

Le calzature femminili differivano da quelle maschili solo per la maggiore morbidezza della pelle,per la vivacità dei colori di cui erano molto usati il rosso e il dorato,e per la ricchezza degli ornamenti,talvolta costituiti da pietre preziose.

La varietà degli ornamenti femminili è enorme: vi sono diademi di metallo prezioso, nastri ornati di gemme che si inseriscono tra i capelli; spille e fibbie in oro e argento; anelli con pietre preziose che si portano non solo alle dita delle mani, ma anche a quelle dei piedi o intorno alla caviglia; braccialetti in oro massiccio; collane di perle e pendenti in smeraldo che adornano il collo ed il petto.
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Fra gli orecchini sono di gran moda i "crotalia" e cioè dei pendenti doppi che hanno all’estremità una perla.

Gli accessori che una signora veramente elegante non dimenticava mai quando usciva di casa: la borsetta, il ventaglio e l’ombrellino.


VESTI E ORNAMENTI MASCHILI:


I romani usavano indossare una camicia di lino,dove sopra ci infilavano la "tunica",ossia una veste di lana formata da due pezzi di stoffa cuciti insieme e tenuta stretta intorno al corpo da una cintura piuttosto bassa,sui fianchi; questa cade in modo ineguale: fin sul ginocchio davanti,un pò più lunga dietro. Le maniche mancano del tutto o non arrivano all'altezza del gomito.
mo3.gifLa toga

La tunica è la veste che si indossa nell’intimità della casa, in campagna, in provincia ; è la veste che usa la gente che lavora, perché è semplice e pratica.

Quando fa freddo si mettono due o più tuniche l’una sull’altra. L'ornamento più comune della tunica è una striscia di porpora che serve a determinare l’ordine o la classe sociale cui si appartiene: quella dei senatori è molto larga, più ridotta quella dei cavalieri.Vi è poi la tunica "palmata" adorna di splendidi ricami che indossano i generali vincitori durante il trionfo.

Prima di uscire di casa si avvolge nella "toga": è questo l’abito ufficiale dei romani, inseparabile da tutte le manifestazioni della loro attività civica.La toga è stata usata fin dai tempi antichissimi; essa costituisce il costume nazionale e distintivo dei romani.La toga è un manto di lana bianca pesante, tutto di un pezzo; le sue dimensioni e il modo con cui si avvolge intorno al corpo hanno subito vari mutamenti attraverso i secoli.Alle origini doveva essere una specie di coperta di forma quadrata che si gettava semplicemente sulle spalle; poi, con il passare del tempo, quel manto fu tagliato in modo da permettere un drappeggio meno rudimentale.Intorno al terzo secolo a.C. la forma che la toga ha assunto è grossomodo quella di un trapezio con i lati arrotondati.

Nell’età di Augusto è di moda una toga molto ampia tagliata a forma di ellisse, che avvolge il corpo con una sapiente drappeggiatura, lasciando libero il braccio destro.

Come calzatura i romani indossavano i “calcei”,stivaletti alti fin quasi al polpaccio che coprono interamente il piede; neri sono i calcei dei senatori, rossi quelli dei patrizi.

Gli uomini, invece, nell'adornarsi erano molto sobri; l'unico loro ornamento consisteva negli anelli, e solo i liberi li potevano portare.Questi anelli, per le pietre preziose che vi erano incastonate, raggiungevano anche un valore grandissimo e venivano conservati in un apposito scrigno, la dactyliotheca.


LA CURA DELL'ASPETTO FISICO:

Prima di uscire di casa il cittadino romano dedica pochissimo tempo alla cura della propria persona: siccome al pomeriggio farà il bagno alle Terme, oppure in casa sua, al mattino si limita a lavarsi il viso e le mani nell’acqua fresca.

Nei tempi antichissimi, i Romani si lasciavano crescere liberamente barba e capelli.Quando si diffuse l’influenza del mondo greco cominciò a farsi sentire nei costumi e nelle usanze, si diffuse tra i Romani la consuetudine di tagliarsi i capelli e radersi le guance.

I giovani aspettavano che la barba diventasse bella folta, allora si sottoponevano per la prima volta all’opera del barbiere e l’avvenimento veniva festeggiato in modo solenne. Assumeva infatti il carattere di una cerimonia sacra: la barba deposta in una pisside d’oro, di vetro, o in un vaso di semplice fattura veniva offerta come primizia agli dei; in casa del giovane si faceva gran festa, si invitavano gli amici si scambiavano doni.

Per i capelli perduti si usava la cera di candela, catrame e colla (lithocolla)che venivano miscelati con una cannula metallica (mylotis),la cui estremità era fortemente riscaldata e con la quale si prelevava una piccola quantità di composto ancora morbido per riattaccare i capelli.

Per la tintura dei capelli venivano utilizzate diverse tecniche:
  • Si faceva un composto per scurire i capelli fatto di acacia,bacche di cipresso, allume,“fiori di rame” e limatura di ferro in uguali quantità,cosparsa per un giorno con l'urina di ragazzo!La mistura era utilizzata come impacco sulla testa per 3 giorni.
  • Si metteva in un contenitore di piombo,limatura di piombo in vino molto invecchiato.Poi veniva annaffiato con acqua per 15 giorni.I capelli venivano prima trattati con olio di prima qualità,quindi massaggiati con un po’ di questo preparato.Era usato principalmente dagli uomini. Era suggerito inoltre fare impacchi di pigne di cipresso arrostite,da tenersi sul capo un giorno e una notte,al risveglio i capelli andavano lavati con acqua fredda.
  • Per tingere i capelli di biondo e di rosso,erano suggeriti molti preparati, tra cui mirra e fiore di sale marino,mescolati fino ad ottenere una consistenza collosa; il composto era applicato in testa per un giorno e una notte,dopo di che i capelli venivano lavati (sempre con acqua fredda). Un’altra miscela che aveva rapido effetto era quella che conteneva depositi di vino (feccia) mischiati alle sostanze grasse residue nell’acqua del bagno, fino a raggiungere un consistenza cerosa. Questo era frizionato sulla cute la sera e “la mattina dopo la chioma scura era divenuta bionda”.
  • Per tingere i capelli di grigio o bianco,veniva preparata una miscela contenente semi di verbasco, allume e scorza di rafano finemente tagliuzzata mescolata con taurocolla (collante ricavato dalla pelle del toro). Le pettinature che utilizzavano le donne erano di diverso tipo:

mo4.jpgmo5.jpgmo6.jpg
mo7.jpgmo8.jpgCosmetici per peli facciali:

Per le donne che avevano peli sul mento,utilizzava impacchi di un miscuglio di erba selvatica e feci di capra.La preparazione aveva risultati immediati, dopo ogni applicazione,la donna deve rimanere immersa nell’acqua per un certo tempo e alla fine del bagno vedrà che i peli sono caduti e non ricresceranno più!

Mentre per “abbellire” le sopracciglia c'era un impacco che infoltiva e scuriva le sopracciglia. Conteneva nocciole,che erano grattugiate in un contenitore di ceramica con grasso di capra. I medici suggerivano però di applicare l'impacco solo sulle sopracciglia e non sulla pelle perchè poteva causare irritazioni.


Trucchi:

Il trucco quotidiano delle matrone cominciava con una base di fondotinta, preparato principalmente con biacca o carbonato di piombo e venduto in pasticche da mescolare al miele o a sostanze grasse.
L'impasto poteva poi essere colorato con salnitro, feccia di vino o ocra rossa e veniva spalmato uniformemente sulla pelle del viso in uno strato piuttosto spesso.


L'arte della preparazione dei belletti era affidata alle cosmetae (schiave appositamente addestrate per quello specifico compito) che, di volta in volta, al momento dell'uso, scioglievano i vari ingredienti con la saliva in piccoli contenitori, aiutandosi con una specifica serie di spatolette, cucchiaini e miscelatori ad anello in legno, osso, avorio, ambra, vetro o metallo.

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Le maschere di bellezza per prevenire l'invecchiamento della pelle o per curarne le imperfezioni (efelidi, desquamazioni, macchie) erano poi altrettanto diffuse. Potevano essere a base vegetale e ricavate da lenticchie, miele, orzo, lupini, finocchio con aggiunta di essenze di rosa e mirra oppure ottenute da composti organici (corna di cervi, escrementi di alcione,topo, placenta, midollo, genitali, fiele, urina di vitelli, mucche, tori, asini) mescolati a olio, grasso di oca, succo di basilico o semi d'origano, biancospino, zolfo, miele o aceto.


La depilazione:

Le Romane usavano anche creme depilatorie a base di olio, resine, pece e sostanze caustiche.Oppure si depilavano utilizzando la cera ,il rasoio e la pinzetta;la depilazione doveva essere naturalmente molto accurata.


I profumi:oltre al corpo, anche i capelli, gli abiti, il letto, la schiava prediletta (ma anche i cavalli, i cani, gli uccelli) diventarono oggetto di attenzione 'profumata' ma il profumo permeava persino l’interno dei templi, le vele delle navi e le portantine. Le terme romane, simbolo di cura massima, contenevano uno spazio detto 'unctuarium' ricco di unguenti e oli profumati. E tutti potevano lavarsi con il 'sapo', antesignano del sapone, pasta a base di grasso di capra e cenere di saponaria.

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L'igiene orale:era considerata indispensabile, ma i metodi utilizzati lasciavano piuttosto a desiderare.Nonostante il largo uso di stuzzicadenti, la maggior parte delle persone si ritrovava con la bocca rovinata da una dentatura pressoché totalmente guasta.Per lavare i denti si utilizzava una rudimentale pasta dentifricia a base di bicarbonato di sodio, ma c’era anche chi preferiva…l’urina, l’uso della quale era stato importato dalle abitudini quotidiane di Spagna e Africa Settentrionale.


SITOGRAFIA:

__http://it.wikipedia.org/wiki/Abbigliamento#Dal_Neolitico_al_I_millennio_a.C__

__http://web.tiscalinet.it/appuntiericerche/Storia/UsieCostumiromani.htm__

__http://ppbm.elmedi.it/materiali/testifacilitati/v5_st_03.pdf__
__http://www.imperobizantino.it/node/2503__
__http://www.benessere.com/bellezza/arg001/storia.htm__
__http://www.benessere.com/bellezza/arg001/profumo.htm__
__http://www.historyblog.it/2010/08/25/igiene-orale-nellantica-roma-urina-per-lavare-i-denti/__
__http://it.wikipedia.org/wiki/Acconciature_nell%27antica_Roma__
__http://capellidifata.it/forum/index.php?topic=15958.0__
http://www.romabeniculturali.it/la-cosmesi-nellantica-roma.htm

Caterina e Nicole, 2 BL, ITAS D'Annunzio - Gorizia
anno scolastico 2010/2011







LA RELIGIONE ROMANA



Una delle caratteristiche della religione dei Romani è che essa è legata alla sfera civile, familiare e socio-politica. Il culto verso gli dei era un dovere morale e civico, in quanto solamente la “pietas”, ossia il rispetto per il sacro e l'adempimento dei riti, poteva assicurare la “pax deorum” (la pace degli dei) per il bene della città, della famiglia e dell'individuo.

Altre tre caratteristiche possono essere individuate nel politeismo, nell'estrema tolleranza verso altre religioni e anche la capacità di assimilazione di queste.
Nel mondo romano la religione non è un elemento determinante nella vita dei cittadini, ma è un aspetto secondario. La mentalità romana è pratica e valorizza le cose e i divertimenti materiali: solo a queste condizioni la religione diventa interessante per i praticanti (oracoli, protezione per i viaggi e gli affari, ecc.). Per questo motivo i romani avevano una visione negativa della vita ultraterrena, come si può leggere dalle epigrafi rinvenute su alcune tombe romane.

Nell'età protostorica (ancora prima della fondazione di Roma), quando nel territorio laziale c'erano solo tribù, nel territorio dei colli si credeva nell'intervenire nella vita di tutti i giorni di forze soprannaturali tipicamente magico-pagane. Queste forze non erano ancora personificate in divinità, ma erano indistinte; solo col rafforzarsi dei contatti con altre popolazioni, tra cui i Greci, i Sabini e gli Etruschi, tali forze cominceranno a essere personificate in oggetti e solo a Repubblica inoltrata, in soggetti antropomorfi. Sino ad allora erano viste come forze chiamate numen o al plurale numina, ciascuna avente il suo compito nella vita di tutti i giorni. Alcuni di questi erano i Lari e i Penati: erano spiriti protettori della famiglia.

Come accadde nella religione greca, si diffusero le sette segrete chiamate "misteri" che venivano svolti in stanze sotterranee situate sotto i templi. Durante queste cerimonie una persona chiamata “iniziato” iniziava, appunto, il suo cammino verso una nuova religione tramite un “battesimo” di sangue che prevedeva che il sangue di un toro sacrificato colasse sulla sua testa. Una delle divinità che si diffuse attraverso i riti misterici fu Iside, la dea egiziana. Iside veniva chiamata in svariati modi, come dea Fortuna e “dea dai diecimila nomi”

La fase arcaica fu caratterizzata da una religione legata soprattutto all'ambito agreste, tipica dei culti indigeni mediterranei, sulla quale si inserì il nucleo di origine indoeuropea. Gli dei principali e più antichi venerati nel periodo arcaico erano: Giove, Marte e Quirino (protettore delle curie e delle attività pacifiche). Tra le divinità maschili successive troviamo Saturno, Nettuno, Vulcano. Invece le divinità femminili erano Giunone (in diversi e specifici aspetti), Cerere, Vesta e Diana.

Frequenti sono le coppie di divinità legate alla fertilità poiché essa era ritenuta per natura duplice: se in natura esistono maschio e femmina dovevano esserci anche maschio e femmina per ogni aspetto della fertilità divina.

La crisi della religione romana, iniziata verso la fine della repubblica, s'intensificò in età imperiale. Le cause del lento degrado della religione furono molteplici; già da qualche tempo vari culti misterici di provenienza medio-orientale, come quelli di Cibele, Iside e Mitra (quest'ultimo il dio della luce e della vita persiano), erano entrati a far parte del ricco patrimonio religioso romano. Col tempo le nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche.

Infatti questi culti sostenevano che dopo la morte, il dio dedicato a questo culto avrebbe giudicato chi era degno di vivere in eterno. Nel culto di Iside ci si rifaceva alla leggenda in cui lei aveva fatto rinascere Osiride, infatti si credeva che tutti i suoi seguaci sarebbero potuti tornare a vivere dopo la morte; allo stesso modo,nel culto di Mitra si credeva che il dio avrebbe giudicato chi era degno di vivere in eterno. Quest'ultima religione però era praticata solo dagli uomini, maggiormente soldati dopo il loro ritorno da una campagna; tali religioni erano accomunate al Cristianesimo per questa idea di rinascita dopo la morte. La religione tradizionale venne messa in dubbio dai filosofi ellenistici, che fornivano nuove risposte sui temi propri della sfera religiosa. Un'altra caratteristica tipica del periodo fu quella del culto imperiale. Dalla divinizzazione dopo la morte di Caio Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto si arrivò ad assimilare il culto dell'imperatore con quello del Sole. Nel III secolo fece la sua comparsa il Cristianesimo. La nuova religione andò lentamente affermandosi come culto di stato, con la conseguente fine della vecchia religione.


- Cristianesimo

I romani vedevano i cristiani come una comunità isolata e segreta, e nei periodi di crisi divennero il capro espiatorio, il bersaglio di tutti; erano odiati e visti la causa di ogni disgrazia. Nonostante la società romana fosse ostile verso i cristiani, lo stato mostrò una certa tolleranza a parte le persecuzioni eseguite da Nerone, le quali però furono disapprovate dagli stessi romani; nonostante tutte le difficoltà, i cristiani aumentarono enormemente durante il III secolo d.C. e questo cominciò a costituire un problema; le persecuzioni aumentarono, soprattutto sotto Decio e Diocleziano. Le catacombe (vedi fig. 1) spesso vengono credute come i loro nascondigli durante le persecuzioni, ma in realtà erano solamente cimiteri, non erano comunicanti o fornite di passaggi segreti.1) Catacomba cristiana
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Si diffuse con una certa rapidità anche perché faceva parte dei proseliti, quello di diffonderlo. Talvolta i Cristiani cercavano di sradicare le credenze pagane intingendo di cristianità alcuni simboli pagani che sono arrivati anche a noi. Dapprima era un culto quasi privato, come testimoniano dei mosaici in alcune domus di Aquileia. Lo Stato romano, che era aperto ad ogni forma di culto, perseguitò i cristiani perché politicamente formavano quasi uno stato dentro lo stato e anche perché una religione monoteista era sospetta.
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2) Il buon pastore, mosaico di Aquileia

I primi tempi, inoltre, i cristiani si rifiutarono di prestare il servizio militare e di fare carriera politica e, cosa ancor più grave, si rifiutavano di inchinarsi davanti all'imperatore in segno di fedeltà e questo prevedeva la condanna a morte e la prigione.

Il Cristianesimo si diffuse perché c'era bisogno di una spiritualità diversa in un'epoca di angoscia, c'era il bisogno di un rapporto più intimo tra uomo e Dio e soprattutto, le religioni precedenti non davano risposte adeguate per la vita nell'aldilà. Per questo il cristianesimo trovò sempre più fedeli che potevano trovare risposte e rassicurazioni nel nuovo culto. Infatti, mentre il Cristianesimo era più interiore, la religione romana era più cerimoniale. La diffusione di nuovi culti avvenne anche attraverso l'esercito, infatti tra i soldati che vivevano per anni nello stesso accampamento nascevano delle idee che poi si diffondevano tra la popolazione.


L'aldilà per i Romani


Presso i Romani la morte era vista come un passaggio dalla vita terrena a quella dell'oltretomba. Questo passaggio era preceduto dal funerale che era per la concezione romana, un rito sacro al quale dovevano partecipare i parenti e gli amici del defunto. La morte della persona per i ricchi era segnato da un impresa di pompe funebri che si prendeva cura del suo corpo: lo lavava con acqua, lo ungeva con oli ed unguenti, lo rivestiva con una toga e lo adagiava su un letto. Il morto alla fine di questo trattamento veniva disposto nell'atrio della casa con i piedi rivolti verso la porta per sette giorni. Trascorsi questi sette giorni, si celebrava il funerale detto “exequie”. La cerimonia funebre si apriva con dei suonatori di flauto, seguivano poi delle donne che piangendo cantavano le lodi al defunto, e portano le immagini dei suoi avi, quindi seguivano dei mimi che riproponevano le azioni, le gesta e la voce del morto. Dopo questi il corteo si chiudeva con i parenti e gli amici che trasportavano la bara. I parenti si vestivano di scuro, e portavano un velo nero, e le donne tenendo i capelli sparsi camminavano a piedi nudi. Se il defunto era un personaggio noto, esso era portato nel Foro, e lì veniva pronunciata davanti al pubblico un'orazione funebre detta “laudatio funebris”; alla fine dell'orazione il corteo proseguiva per il luogo della sepoltura, e per questo gli veniva messo in bocca una moneta d'argento che sarebbe servita per pagare il prezzo per salire sulla barca di Caronte (il dio dei defunti che ha il compito di trasportare i morti dall'altra parte del fiume infernale) per il passaggio all'oltretomba.
In base alla moda del periodo o in base alle tradizioni della famiglia il corpo del cadavere veniva cremato o sepolto. Se si usava la cremazione il cadavere veniva disteso sopra una pira circondata dai cipressi, e veniva bruciato. Le ceneri venivano spente con il vino e raccolte in un' urna cineraria che veniva poi riposta nei colombari. I colombari erano dei grandi ambienti talvolta sotterranei dove in apposite nicchie nelle pareti venivano conservate le urne cinerarie (vedi fig. 3). Se invece il cadavere veniva sepolto, il suo corpo veniva adagiato in un sarcofago insieme ad una lucerna e a boccettine di unguento e profumi. Una volta chiuso il sarcofago i parenti pronunciavano una preghiera d'addio.
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3) Urna cineraria con una scena di un banchetto funebre

Terminata la preghiera si teneva una cena data ai parenti e agli amici. Il giorno seguente avveniva la sepoltura fuori dalle mura della città lungo le vie consolari.




Organizzazione religiosa


Secondo la tradizione, fu Numa Pompilio ad istituire i vari sacerdozi e a stabilire i riti e le cerimonie annuali. Con una riforma nel VI sec. a.C. cambiò il calendario, e lo organizzò in maniera da dividere l'anno in giorni fasti e nefasti, con l'indicazione delle varie feste e cerimonie sacre.

La gestione dei riti religiosi era affidata ai vari collegi sacerdotali dell'antica Roma. Al primo posto della gerarchia religiosa troviamo il rex sacrorum, sacerdote al quale erano affidate le funzioni religiose compiute un tempo dai re.


-Flamini : si occupavano di celebrare riti e festività. I Flamini erano distinti in tre Flamini maggiori e dodici Flamini minori; successivamente fu aggiunto un Flamine maggiore in onore di Cesare.


-Auguri : Erano i sacerdoti che avevano il compito di interpretare la volontà degli dei.

Il compito degli auguri era di fare previsioni tramite l'osservazione del volo, del comportamento e del verso degli uccelli e di capire se gli dei approvavano o no le azioni degli uomini. Erano inoltre specializzati nello studio delle viscere degli animali sacrificali e in quello delle condizioni atmosferiche, come la caduta dei fulmini. L'augure non doveva predire quale fosse la cosa migliore da fare, ma solo verificare se un qualcosa su cui si era già deciso incontrasse o meno l'approvazione divina.

L'arte degli auguri era chiamata "augùrio" o "auspìcio", o più comunemente “aruspicina”.


L'aruspicina era una branca dell'arte divinatoria che consisteva nell'esame delle viscere di animali sacrificati (soprattutto fegato ed intestino, vedi fig. 4 e 5) per trarne segni divini e norme di condotta. Essendo una pratica d'origine etrusca, nell'antica Roma gli aruspici erano considerati stranieri e non costituivano alcun collegio sacerdotale ufficiale. Gli aruspici furono consultati per tutta la durata dell'impero romano. Si dice anche che l'aruspice personale di Giulio Cesare,
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4) Modello bronzeo del Fegato di Piacenza


Spurinna, avrebbe predetto al dittatore romano la tragica morte alle idi di marzo. L'arte aruspicina si basava sulla determinazione della posizione del templum, ovvero lo spazio sacro che rifletteva la suddivisione della volta celeste. Questa si ipotizzava attraversata da due rette perpendicolari:

Cardo (direzione Nord-Sud) e Decumano (direzione Est-Ovest). Partendo dalla linea del Decumano e andando verso est si delimitava la pars familiaris (“parte familiare”, dove risiedevano gli dei benevoli),
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5) Trascrizione del Fegato di Piacenza


mentre verso ovest la pars hostilis (“parte nemica”, dove risiedevano gli dei ostili, ovvero gli dei dell'oltretomba).

Prendendo la linea del Cardo e andando verso sud si delimitava la pars àntica (“parte antica”), mentre verso nord la pars postica (“parte futura”). L'intersezione del Cardo e del Decumano ripartivano la volta celeste in quattro quadranti, ognuno dei quali era a sua volta suddiviso in quattro parti. Il cielo era così composto da 16 settori in tutto, ognuno dei quali costituiva la sede di una divinità diversa.

La ripartizione della volta celeste si rifletteva su ogni elemento, vivente e non vivente della terra. Così, per corrispondenza, anche le viscere degli animali presentavano la stessa suddivisione. Gli aruspici predicevano il destino studiando attentamente il fegato e l'intestino (in particolare fegato, figura 4 e 5) degli animali sacrificati: se osservavano segni particolari come cicatrici o altre anomalie, confrontavano il fegato con un modello bronzeo (famoso è il Fegato di Piacenza, modello in bronzo riportante le ripartizioni e i nomi degli dei, fig. 4) per capire a quale settore del cielo corrispondeva e quindi, quale divinità avesse mandato quel segno (se era di buon auspicio o meno), per poi cercare di capirne il significato.

Gli aruspici erano vestiti con un mantello frangiato, indossavano un cappello alto, conico e tenevano in mano un particolare bastone con l'estremità a spirale chiamato “lituo”. Dalla loro figura deriverebbe quella del mago.


-Vestali : Le vestali erano sacerdotesse consacrate alla dea Vesta. A Romolo, primo re di Roma, o al suo successore, Numa Pompilio, è attribuita l'istituzione del culto del fuoco, con la creazione delle vergini sacre a sua custodia, chiamate Vestali.

L'antichità del culto e dell'ordine sacerdotale è attestata dalla leggenda di fondazione di Roma, secondo la quale la madre di Romolo e Remo, Rea Silvia, era una vestale di Albalonga. E secondo Tito Livio, le Vestali, esplicitamente derivate dall'analogo culto di Albalonga, furono tra i primi ordini sacerdotali creati da Numa Pompilio, subito dopo i Flamini e prima dei Pontefici.

Il loro compito era di mantenere sempre acceso il fuoco sacro alla Dea, che rappresentava la vita della città, e compierne il culto a nome dei cittadini. Erano inoltre incaricate di preparare gli ingredienti per qualsiasi sacrificio pubblico o privato, come la mola salsa (farina tostata mista a sale), con cui si cospargeva la vittima; da qui il termine immolare.

In principio le Vestali erano tre fanciulle vergini, in seguito il loro numero fu portato a sei. Erano sorteggiate all'interno di un gruppo di 20 bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni appartenenti a famiglie patrizie. La consacrazione al culto, officiata dal Pontefice massimo, avveniva tramite un rito e il servizio aveva una durata di 30 anni: nei primi dieci erano considerate novizie, nel secondo decennio erano addette al culto mentre gli ultimi dieci anni erano dedicati all'istruzione delle novizie. In seguito erano libere di abbandonare il servizio e sposarsi.

La loro vita si svolgeva nell'Atrium Vestae, accanto al tempio di Vesta, ma potevano uscire liberamente e godevano di privilegi che le rendevano del tutto uniche tra le donne romane, nonché di diritti e onori civili: erano mantenute a spese dello Stato, erano affrancate dalla patria potestà al momento di entrare nel Collegio, erano le uniche donne romane che potevano fare testamento (e custodi a loro volta, grazie all'inviolabilità del tempio e della loro persona, di testamenti e trattati), inoltre potevano testimoniare senza giuramento e i magistrati cedevano loro il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio.

Atteneva invece piuttosto al loro ruolo sacerdotale il diritto di chiedere la grazia per il condannato a morte che avessero incontrato casualmente.



-Pontefici: I sacerdozi più importanti erano i Pontefici. La parola deriva da pontifix, cioè pons (ponte) e facere (fare), e sta ad indicare che la costruzione dei ponti era considerata originariamente un atto sacro (il Tevere era ritenuto un fiume sacro). Il pontificio di fatto era una magistratura, nella quale si riunivano i vari pontefici, presieduti da un Pontefice massimo. Il Pontefice massimo era quello che custodiva e conosceva tutti i rituali, e le preghiere e le regole secondo le quali dovevano compiersi le cerimonie religiose. Spesso il pontefice massimo era lo stesso Imperatore.

Lo spazio sacro

Lo spazio sacro per i Romani era il templum, un luogo consacrato, orientato secondo i punti cardinali e che corrispondeva allo spazio sacro del cielo. Gli edifici di culto romani erano di vari tipi e funzioni. L'altare o ara era la struttura sacra dedicata alle cerimonie religiose, alle offerte ed ai sacrifici. Il tempio romano risente inizialmente dei modelli etruschi, ma presto vengono introdotti elementi dall'architettura greca ellenistica. La più marcata differenza del tempio romano rispetto a quello greco è la sua sopraelevazione su un alto podio, accessibile da una scalinata spesso frontale (vedi fig. 6). Inoltre si tende a dare maggiore importanza alla facciata, mentre il retro è spesso addossato a un muro di recinzione e quindi privo del colonnato.
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6) Tempio di Venere a Roma

Tuttavia c'è qualche eccezione; non tutti i templi in onore degli dei avevano tali caratteristiche. Uno degli esempi più famosi è il Pantheon, che celebrava tutti gli dei dell'Olimpo (successivamente venne convertito in chiesa cristiana nel VII sec. d.C.). Una delle differenze maggiori è la pianta: infatti, non era rettangolare, bensì circolare. Inoltre le colonne del pronao erano in marmo egizio; il pronao (l'entrata) era come quella tradizionale, ma una volta entrato all'interno di questo edificio, il visitatore restava spiazzato e meravigliato da questa costruzione, che dava l'impressione di immensità e smarrimento. Sulla cupola, infine, è presente un oculo che dà luce al Pantheon.re7.jpg7) Il Pantheon in Piazza della Rotonda

La prima costruzione del Pantheon venne avviata nel 27-25 a.C per volere di Agrippa, ma con l'avvento di Adriano fu interamente ricostruito; oggi quello che vediamo è il risultato di questa ricostruzione.







Sitografia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Religione_romana

http://it.wikipedia.org/wiki/Pantheon_%28Roma%29

http://www.imperium-romanum.it/IR/cultura/religione_5.htm

http://www.delfo.forli-cesena.it/ssagrario/home_itg/medioevo/relrom.htm

http://skuola.tiscali.it/storia-antica/cristianesimo.html

Bibliografia:

CLIO Dossier nuova edizione, volume D – Mario Palazzo-Margherita Bergese, EditriceLa Scuola, 2007




Alessandra e Giulia, 2BL, ITAS D'Annunzio - Gorizia
anno scolastico 2010/2011






Riforme dell'esercito Romano

La prima riforma dell'esercito fu emanata dal quinto re Tarquinio Prisco e riguardò solo la classe dei cavalieri, il re decise di raddoppiare il numero delle centurie fino ad allora in numero tre : Ramnes, Tities e Luceres e aggiungerne altre a cui diede nomi diversi. Queste ultime ebbero il nome di posteriores e di sex suffragia ed erano costituite da 1.800 cavalieri.
Secondo la tradizione il primo a compiere una riforma timocratica e dei cittadini atti al servizio militare fu Servio Tullio.
Il servizio fu diviso in 5 classi in base al censo:

1. la prima classe era formata da 80 centurie di fanteria, questa era la classe maggioritaria che formava il cuore della falange oplitica.
Il loro armamento consisteva in un elmo, uno scudo rotondo, delle gambiere, una corazza, un hasta e naturalmente anche la spada. A queste centurie ne venivano aggiunte due formate da genieri, esclusi dal servizio armato ma dovevano trasportare le macchine da guerra

2. la seconda era formata da 20 centurie e costituiva la seconda linea e l'equipaggiamento è uguale a quello precedente

3. la terza era formata da 20 centurie di fanteria e oltre all'equipaggiamento avevano uno scudo oblungo.

4. la quarta era composta da 20 centurie di fanteria leggera ed era equipaggiata da un hasta ed un giavellotto o una spada con il giavellotto.

5. La quinta era formata da 30 centurie di fanteria leggera ed era equipaggiata con una fionda e dei proiettili di pietra.

Dopo aver organizzato la fanteria, Servio Tullio passò alla cavalleria e reclutò 12 centurie di equites a cui ne aggiunse altre 6. Infine l'esercito di Servio Tullio contava circa 1'800 cavalieri e 17'000 fanti.
Nel periodo repubblicano l'esercito fu diviso in due legioni comandate da un console e solo in caso di estremo pericolo le legioni venivano unificate in una sola comandata da un solo console che restava in carica 6 mesi (dittatore).
Verso la fine del II sec a. C. Roma dovette combattere in Numidia e Gaio Mario console dell'epoca aprì le legioni a chiunque. La repubblica romana fu costretta ad assumersi l' onere dell'equipaggiamento. L'età minima per arruolarsi era 17, quella massima era 46.

I soldati veterani alla fine della loro carriera non ricevevano denaro ma assegnazioni di terre nelle colonie. Mario concedeva a loro e ad altri comandanti di dividere il bottino. Nel 86 a.C. sotto il comando di Silla fu introdotta la “ riserva” e lo storico Giovanni Brizzi ricorda che l'ala sinistra dello schieramento romano fu salvato proprio da questa innovazione tattica.
Nel 58 a.C entra in scena Giulio Cesare, il più grande genio della storia militare romana, che riuscì a stabilire un rapporto di stima e devozione con i suoi soldati.
Cesare raddoppiò la paga e si passò da 5 a 10 assi al giorno, creò un nuovo cursus honorum per il centuriato che si basava sui meriti del singolo individuo.
Il merito consentiva anche ai militari di umili origini di accedere all'ordine equestre.
Il successore di Giulio Cesare fu Augusto che fece riforme sia via terra sia via mare. Creò un esercito permanente di volontari disposti a servire per 16 anni la patria, riordinò l'intero sistema di difese dei confini imperiali e infine portò ordine nell'amministrazione dello Stato romano, attribuendo un salario e una gratifica di congedo ai soldati imperiali.
Gli imperatori dopo Augusto non introdussero importanti riforme, tranne Claudio che riorganizzò la carriera di rango equestre, aumentò le coorti urbane e istituì la classis Britannica, migliorando anche l'organizzazione della marina militare.
Dopo Augusto troviamo Traiano che durante le guerre di conquista della Dacia fece alcune modifiche, istituendo la carica di Praefectus Mesopotamiae. Si dice che Traiano abbia abolito la cavalleria legionaria.
Il successore di Traiano fu Adriano che fece fortificare il limes in Britannia con la costituzione del vallo di Adriano che era un muro in pietra dotato di fossato antistante. Infine istituì una nuova flotta, in Siria.


Strategie Romane


In battaglia i punti di forza erano costituiti dalla disciplina ferrea dei soldati, che erano schierati su tre linee: la prima linea era costituita dagli hastati che dovevano subire l'attacco più duro, la seconda linea era formata dai princeps, la terza linea era formata dai soldati più valorosi e potenti detti triarii che entravano in azione solo nei momenti cruciali della battaglia per respingere la cavalleria nemica.
La cavalleria romana era invece schierata sulle ali per accerchiare lo schieramento nemico o tentare l'inseguimento del nemico in rotta. I leves o i velites compivano azioni di disturbo all'inizio della battaglia per saggiare le capacità del nemico e per costringerlo alla mischia. La disposizione dei soldati era a scacchiera.
In sintesi i velites, che costituivano la prima fila dello schieramento, facilitati dall'assenza di armatura, avevano il compito di provocare il nemico con armi da lancio come dardi e piccoli pila. Una volta lanciate le armi, i velites si ritiravano passando attraverso i varchi degli hastati: potevano quindi schierarsi nello spazio tra i principes e i triarii oppure potevano fornire aiuto alla cavalleria. Una volta compiuta questa operazione, subentravano gli hastati muovendo nei varchi lasciati liberi dai velites. Essi erano armati con uno o due pila che venivano lanciati quando il nemico si trovava a una distanza compresa tra i 10 e i 30 metri, prima di ingaggiare l'eventuale corpo a corpo. Se non bastava l'urto degli hastati, avveniva la stessa manovra fatta precedentemente. I principes (armati allo stesso modo degli hastati) adottavano la stessa tattica, cioè lancio dei pila e combattimento corpo a corpo. Se anche questo urto non bastava a sconfiggere il nemico, entravano in azione i triarii, i quali erano armati con una lancia da urto lunga più di 3 metri ed entravano in azione a ranghi serrati, quasi disposti a falange.
In seguito Gaio Mario in occasione della guerra giugurtina standardizzò l'equipaggiamento che veniva fornito dallo stato,ne ampliò il numero a 4800 uomini e ne cambiò la divisione in coorti. Dopo la riforma le divisioni tra hastati, princeps e triari divennero solo nominali e in breve tempo sparirono.
Ora tutti i legionari erano equipaggiati con le stesse armi,e la fanteria divenne elemento indispensabile della legione romana.Essa dopo aver scagliato i pila avanzava compatta falciando i nemici e l'eventuale cavalleria li coglieva ai fianchi,mentre gli arcieri colpivano dalle retrovie. Se bersagliati da armi da lancio i legionari appiedati formavano la "testudo",con cui si proteggevano.
Più avanti la cavalleria avrà più potere perché poteva raggiungere in minor tempo della fanteria I barbari.
I legionari di quest'epoca,essendo per lo più barbari,non avevano la disciplina delle legioni precedenti,ed anzi spesso si spogliavano dell'armatura e combattevano nudi sentendosi di più a loro agio.



Armi Romane


Le armi sono la parte più importante dell'esercito romano. Si dividono in:

ü -ARMI d'ASSEDIO
ü -ARMI OFFENSIVE
ü -ARMI DIFENSIVE

Un'arma d'assedio molto famosa è la testuggine, che era semplicemente una struttura mobile che veniva trasportata davanti alla porta della città e che seriva per proteggere i soldati che nel frattempo cercavano di abbattere le mura o le solide porte che difendevano la città. L'evoluzione della semplice testuggine era la testuggine arietata, che erano l'unione tra la testuggine e l'ariete. Si faceva oscillare il tronco che poi veniva scagliato sulla porta che si distruggeva facilmente senza troppo sforzo.
Un'altra arma d'assedio è la balista (deriva dal greco
ballistes= tirare e lanciare). Era un grande arco che si appoggiava su due piedistalli anteriori che lanciava dardi infuocati oppure pietre. Inventato dai Greci però molto utilizzato e diventato famoso grazie ai Romani. È la prima arma pre-industriale ad essere stata progettata scientificamente e la più complessa mai costruita prima della rivoluzione, la più utilizzata arma da lancio a lungo raggio nel periodo classico.
È totalmente costruita in legno con delle parti in metallo, i tensori erano in corde o tendini di animali.
L'arma d'assedio forse più semplice dell'età romana è la catapulta, una struttura che sfruttava un braccio per scagliare pietre, proiettili di metallo fino a 300 libre. Il nome deriva dal greco "kata pelta" cioè oltre lo scudo, oltre le mura. Per far agire la macchina, si abbassava il braccio orizzontalmente, poi si metteva la pietra e si lasciava andare, scagliando così un'oggetto a forte velocità.
La torre d'assedio o torre mobile era di solito più alta delle mura, aveva la base quadrata, aveva più piani collegati da scale. In alto c'era un ponte levatoio.

I romani erano anche forti con la flotta grazie alla sambuca, un ponte che sulla punta ha un uncino con cui si attaccava alle altre navi oppure sulla terra ferma.

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La Cavalleria

Lucio Flavio Arriano, storico greco antico, ha scritto delle opere sulle attrezzature dei cavalieri. Erano armati di spada, lancia, giavellotto, frecce, fionda (con cui lanciavano le pietre) e di un cavallo che molte volte era protetto da delle corazze ai lati per limitare i danni.
I cavalieri avevano un'armatura corta, fatta di ferro, aveva un doppio spessore sulla schiena e due cinghie in pelle che si allacciavano sul petto con un gancio. Era tagliata un pò sui fianchi così per facilitare i movimenti e per permettere di sedersi di lato sul cavallo. I cavalieri usavano poche volte le protezioni su gambe e braccia perché essendo di ferro risultavano pesanti e ingombranti.
L'elmo serviva sia per proteggere la testa da frecce o quantal'altro e visto che molte volte cadevano da cavallo in battaglia serviva per proteggersi o per almeno attutire il colpo. Era fatto in ferro con decorazioni in bronzo sul davanti (solitamente si riproduceva la capigliatura del soldato che lo indossava). Lasciava scoperti gli occhi, la bocca e il naso mentre copriva le guance fino alla mandibola.
La sella era molto comoda e spesso decorata.

La Fanteria

La fanteria è la colonna vertebrale dell'esercito romano fin dall'epoca regia. Era formata da cittadini, si divideva in leggera e pesante. Coloro che militavano nella prima "sezione" erano armati di gladio, l'arma che ha subito più cambiamenti nella storia, di cui abbiamo diverse sfumature:

1. Gladius Hispaniensis; utilizzato durante l'età repubblicana, chiamato così perché di origine spagnola.
2. Gladius Mainz; chiamato così perché ritrovato nell'omonima città tedesca che era il tipo di gladio più utilizzato.
3. Gladius Pompei; era più affilata, causava ferite più profonde e più dannose, aveva il manico in legno oppure in osso.

Oltre al gladio c'era anche chi possedeva un'arma da lancio e uno scudo, i velites o i leves.
La maggior parte dell'esercito era composta però da fanteria pesante come gli hastati, i triarii e i princeps. Dopo la riforma di Gaio Mario le legioni erano composte solo ed esclusivamente da fanteria pesante, accostata all'auxilia (gli alleati italici, i socii).
Augusto riorganizza l'esercito e avvicina le legioni alle truppe ausiliari di fanteria leggera a quella professionale. La cavalleria era alle ali dell'esercito, mentre le legioni al centro (fanteria leggera e pesante insieme).

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Vari oggetti che facevano parte dell'armamento di
un soldato; tra questi l'armatura, la spada e l'elmo.

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Dipinto di due cavalieri, quello in rosso è un generale mentre quello in rosso è un soldato semplice






Addestramento Militare Romano



I giovani romani venivano preparati alla guerra fino da piccoli, studiavano arte militare e facevano dieci anni di formazione in un accampamento e in campi di battaglia.
I romani non sopportavano la sconfitta e quindi la vigliaccheria era punita crudelmente, con fustigazioni oppure la morte di chi fosse scappato dal campo di battaglia. Al disertore veniva tagliata la mano, mentre a chi scappava davanti al nemico veniva decapitato. A causa di queste punizioni le vittorie si susseguivano, i vigliacchi erano sempre meno e i territori conquistati aumentavano a vista d'occhio in tutta l'Europa odierna.
Accanto a questo c'era l'addestramento, stremante, duro però molto redditizio perché le battaglie venivano vinte grazie all'allenamento. Visto che si è passati dall'importanza della forza d'urto alle tattiche di guerra ben congeniate serviva un addestramento molto somigliante alla battaglia. Questo è stato reso possibile grazie al rudis e ai praepilati, rispettivamente una spada di legno e un giavellotto senza punta con cui i soldati, senza rischiare, si potevano allenare alle strategie. Fondamentale era la forza fisica, mai calata di importanza per l'esercito romano, la quale si potenziava con trasporto pesi per rafforzare i muscoli delle gambe, sollevamento pesi per le braccia e prove di corsa per la resistenza. Tutte queste informazioni le abbiamo ricevute grazie allo scrittore Vegezio, che descrive l'addestramento delle reclute e dei soldati più esperti. Il motivo principale delle vittorie romane era l'addestramento, ovviamente accostato alle vie di comunicazione ben progettate e alle tattiche utilizzate dai comandanti.
I soldati dovevano camminare molto con dei bagagli pesantissimi (a volte oltre 30 kg), senza contare l'armatura che avevano e le varie condizioni atmosferiche che potevano ostacolarli come la pioggia, la neve, il caldo e soprattutto la grandine.
I soldati venivano nutriti con pane, polenta, verdure e raramente carne, mentre bevevano vino. Visto che mangiavano poca carne certe volte la rifiutavano o non la sopportavano.
Alla sera si piantava la tenda e la palizzata che circondava l'accampamento. Nei momenti di pace si costruivano strade, ponti e altre vie di comunicazione che facilitavano gli spostamenti in territori ostili e non favorevoli all'esercito romano.


APPROFONDIMENTO: LA PAGA DEL SOLDATO

Il grande aumento delle persone che si arruolavano nell'esercito era dovuto all'introduzione della paga (che nacque nel 405 d.C) e che spettava ai soldati. Le prime volte erano molto modeste ma venivano integrate con la divisione del bottino di guerra che si spartiva dopo una battaglia vinta.
Ovviamente erano divise per grado sociale, per esempio a un soldato semplice spettava poco mentre a un generale una larga parte del bottino. Quest’ultimo consisteva in beni mobili, terre, schiavi, denaro oppure oggetti d'oro, argento o bronzo. Dato che le prime paghe non erano abbondanti ma servivano solo per l'indennità il soldato poteva vendere schiavi e prigionieri di guerra catturati in battaglia.




IL Castrum Romano



L'accampamento ha avuto nel corso della storia militare un ruolo molto importante che poteva decidere a volte le sorti della battaglia o di una guerra.
Gli accampamenti erano strutture temporanee che ospitavano legioni durante scontri ma venivano anche posizionate ai confini dello stato e più avanti dell'impero.
Un accampamento costruito nell'ambiente adatto poteva risultare anche decisivo, i romani si fermavano in un luogo scelto e costruiva un accampamento come una vera e propria cittadina. Il castrum aveva un mercato, strade, luoghi religiosi e altari, magazzini, stalle e bagni; l'accampamento veniva costruito nelle vicinanze di un fiume per sfruttare l'acqua o anche su una collina per sfruttare la pastorizia o infine nelle vicinanze di un bosco per sfruttare il legname. Ogni soldato aveva un ruolo ben preciso all'interno del Castrum, che veniva edificato in pochissime ore.
L'accampamento aveva una forma quadrata o rettangolare, era circondato da un fossato e da un rilievo di terra dove veniva posizionata una palizzata.

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Gli ingressi erano 4: la praetoria rivolta verso l'esercito romano, la decumana dal lato opposto e veniva utilizzata anche come via di fuga in caso di necessità, poi c'erano la dextra e la sinistra, infine la via praetoria e la via principalis si intersecavano al centro dove c'era la tenda del comandante(praetorium) che aveva nelle vicinanze il mercato e il tesoriere. Nella notte i soldati facevano la guardia a turno e la tenda del console era naturalmente circondata sia dentro che fuori della tenda di soldati
I soldati potevano passare circa 28 anni della loro vita negli accampamenti, le tende in genere erano per otto soldati mentre i generali e altre cariche superiori dormivano in luoghi più ampi.
Molte città italiane nacquero da accampamenti romani tra le più importanti troviamo Torino,Pavia, Como e Verona. La tenda veniva fissata con dei picchetti, per la precisione ne venivano fissati 14 per la tenda normale e 20 per quella dei generali.







Sitografia:
wikipedia,
www.cittadifondi.it



Matteo e Tiziano, 2 BL, ITAS D’Annunzio – Gorizia
Anno scolastico 2010/2011